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... in direzione ostinata e contraria....(Fabrizio De Andrè)
POLITICA
7 luglio 2011
Sinistra. Che fare?


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permalink | inviato da aprile67 il 7/7/2011 alle 17:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 luglio 2011
Poi non vi lamentate...

... se gli elettori vi mandano un sonoro vaffanculo! Cos'altro dovrebbero fare, a fronte di un comportamento come quello dell'altro giorno, alla Camera, in cui il PD si è astenuto sulla proposta di legge costituzionale volta ad abolire le province?
Non si impara mai dalle sconfitte e, tanto meno, direi, dalle vittorie. Il fatto che la tornata delle amministrative sia andata bene, che il referendum abbia raggiunto - dopo oltre tre lustri - il quorum, non significa che tutto sia scontato. La politica non obbedisce alle regole ferree della matematica. In politica 2+2 non fa sempre quattro. Gli scenari che si aprono possono essere del tutto imprevedibili.
Il PD, ispirato da non so quali alti "ragionatori" (avete mai sentito quelli che con supponenza cominciano con la frase o intercalano l'espressione "il ragionamento è..."?) ha assunto una posizione a dir poco assurda. Immotivata. Illogica. Irrazionale. Irragionevole.
Ma come? soffia un vento diverso, la società è in fermento e in tumulto per colpa di uno dei peggiori governi che questo Paese mai abbia avuto, per l'assenza di un'opposizione che sia credibile in Parlamento, per merito dei tanti giovani e delle tante donne che hanno cominciato a rivendicare con fierezza e con orgoglio la dignità e il non essere in vendita, per merito di un tam tam che corre lungo i cavi della rete con più velocità delle antiche liturgie di partito e il PD cosa fa? Si astiene su un provvedimento che porterebbe all'abolizione delle province, di enti praticamente inutili che servono solo ad alimentare l'insaziabile fame di potere di una politica che è - ormai - al di fuori della storia.
L'abolizione delle province era, tra l'altro, uno dei punti salienti del programma del Pdl. Quel partito che, invece, ha rinnegato il suo stesso programma.
Il tutto, poi, mentre veniva presentata una manovra economica devastante sotto il profilo della crescita, con una serie di tagli nei confronti di coloro che, immancabilmente, sono spremuti oltre misura.
Un partito del genere è INAFFIDABILE. Sono semplicemente ridicole le motivazioni che vengono adesso timidamente esposte a difesa di tale voto. RIDICOLE. Nulla è più deleterio della mancanza del coraggio, in politica. Della capacità di rischiare e assumere una decisione che non sia frutto di allucinanti compromessi. Avete, forse, salvato una casta. Ma non avete fatto nulla per salvare il paese.
Il politicismo è ciò che ha ucciso la democrazia e la politica in questo paese. L'ozioso ragionamento di chi è sempre più "scollato" dalla società che dovrebbe rappresentare. Non avete fiuto e non percepite quello che accade davvero. State ad alambiccarvi su formule o formulette incomprensibili. Insomma, state smacchiando il giaguaro. E non è una bella cosa.

POLITICA
14 giugno 2011
Cambia il vento (e il meteo non c'entra)

Provo un fastidio epidermico per gli slogan. Non mi sono mai piaciuti. Rappresentano, secondo me, una banalizzazione di un concetto, di un'idea. Sono organici ad una concezione "militare" e falsamente militante della vita politica. Detesto le "parole d'ordine", forse perchè rimandano all'idea di chi è a guardia di qualcosa e, all'arrivo di qualcuno, pone la fatidica domanda su quale sia la parola d'ordine minacciando, in caso di errore, l'apertura del fuoco. Le parole d'ordine rimandano all'idea di truppa. E ancora siamo nella metafora militaresca. Un insieme di persone che si tengono unite recitando - come fosse un mantra - le stesse parole, gli stessi slogan.

Si dirà che, di converso, le parole d'ordine, nel loro semplificare, permettono a tutti la comprensione di concetti difficilmente comprensibili e che, quindi, sono innanzitutto, democratiche. Come se il sapere diffuso debba essere - per essere democratico - banalizzato a pochi termini. No. Non mi piacciono e non mi sono mai piaciute.

Eppure ho preso parte a centinaia di cortei, di manifestazioni, nelle quali risuonavano gli slogan in rima contro i diversi e vari protagonisti della politica di governo. Quante rime su Andreotti, Falcucci, Fanfani. Quante canzoncine su Bettino & co. Recitate magari col sorriso irriverente di chi se la prende con un simbolo del potere, ma, in fin dei conti, senza troppe convinzioni. O meglio, senza particolari sensi di colpa, visto che si conoscevano benissimo le ragioni del manifestare e non si era, quindi, aggregati a qualcosa.

Chi parla per slogan, per parole d'ordine, secondo me, ti sta fregando. Sta veicolando messaggi complessi attraverso il gioco semantico semplice semplice. Quello che non ti sollecita una riflessione di più, quello che ti fa desistere da un supplemento di ragionamento. Questo professionismo della superficialità ha avuto i suoi sacerdoti nel principale responsabile del degrado di questo paese, l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri che, con le sue reti televisive ha inondato le case di parole semplici semplici. Ha spostato il baricentro della comprensione dalla testa alla pancia. E quando scendi in basso, il livello, inevitabilmente, si abbassa. A parlare sono pulsioni immediate, non c'è più una mediazione "culturale" che ti deriva dalle letture e dall'ascolto di ragionamenti "alti".

E' come se, avendo tra le mani un quotidiano, ci si soffermi sui titoli senza degnare di uno sguardo il contenuto dell'articolo. Eppure il titolo, molte volte, viene concepito "a effetto" per attirare l'attenzione del lettore, nella segreta (non tanto segreta, poi) speranza che, poi, si legga l'analisi, la dinamica dei fatti. Mi è capitato molte volte, in effetti, di leggere un articolo il cui titolo era totalmente fuorviante.

Oggi la parola più usata - non tanto nel parlato o nello scritto - quanto nella realtà dei fatti è "sintesi". Occorre sintetizzare al massimo, spolpando la notizia di particolari che potrebbero rivelarsi utilissimi alla comprensione della stessa. La nostra lingua è una lingua "televisiva". Lingua dai tempi strettissimi. Basterà fare un prova: immaginate di leggere un giornale, e, di questo giornale, leggere una notizia per ciascuna sezione: politica interna, politica estera, cronaca (nera, rosa), cultura, sport, meteo. Vedrete che questo esercizio durerà, in termini di tempo, molto più di quanto - oggi - non duri un telegioranle di prima serata che, in mezz'ora dovrà, anche attraverso l'uso di immagini e filmati, raccontarvi ciò che avrete letto nel giornale. Se provate a mettere per iscritto il servizio di un giornalista, di un inviato, vi renderete conto che sarà molto più breve di un medio articolo della carta stampata. E, per carta stampata, mi sto riferendo, ovviamente, al giornale quotidiano che pur è diventato un giornale che contiene articoli la cui lettura richiede un'attenzione superiore a quella che è richiesta per sapere che succede senza dover necessariamente analizzare.

Forse la gente, di questa sintesi si è stancata. Forse sta ritornando il momento in cui si avverte l'esigenza, la necessità di approfondire, ragionare, analizzare, nauseata com'è di questa overdose di banalizzazione del reale, di questa rappresentazione edulcorata della realtà (vero Tg1 e Tg2?, senza parlare dei tg mediaset che non fanno testo). Il grande sonno, probabilmente, è finito e la sveglia ha cominciato a suonare. Attraverso la rete, il passaparola questo fiume ha rotto gli argini e, carsicamente, sta straripando. Si avverte il bisogno di aria nuova, diversa. Un pò come quando si entra in una stanza con aria consumata e si aprono le finestre per far entrare aria e luce nuova.

Interpreto così quello che da qualche settimana - prima con le elezioni amministrative, poi con il referendum - sta succedendo in Italia. La gente non ne può più. E non solo perchè non arriva a fine mese, ma perchè è fondamentalmente stanca, esausta di questo immobilismo asfissiante che non fornisce alcuna prospettiva, non da' alcuna speranza. Cervelli in fuga, la scuola al disastro, uffici dove manca il necessario per lavorare, giovani condannati al precariato come se fosse una sentenza irrevocabile, una classe dirigente abbarbicata al privilegio come se fosse di discendenza divina, moderno feudalesimo con un divario sempre più crescente fra classi sociali (i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri). E tutto questo mentre c'è chi va in tv e con una spudoratezza unica continua a ripetere che va tutto bene e si autoincensa fino ad auspicare un monumento per sé medesimo.

Come si suol dire: la misura è colma abbastanza perchè, indipendentemente dal meteo (anche quello politicizzato: prima del referendum invitava a fare una gita, viste le previsioni positive), il vento cambi direzione. Un solo auspicio: che tutte queste novità vengano tesaurizzate in nome di un bene comune che prescinda dai "cappelli politici" e che, al termine del confronto fra le diversità, si vada a sintesi. Quella sintesi che sarebbe più apprezzata dell'attuale sempiterna banalizzazione della complessità.

CULTURA
13 giugno 2011
Che tempo che fa

Non guardo molta televisione. Non mi piace in generale. Preferisco fare altro, anzichè subìre passivamente parole e immagini. L'accendo solo quando c'è qualcosa che mi possa interessare. Di solito preferisco i film (possibilmente senza pubblicità) e le trasmissioni di approfondimento. Ce ne sono pochissime, si contano sulle dita di una mano. Per il resto, nani e ballerine, amici e nemici, grandi fratelli e sorelle, isole di famosi e sfigati e chippiùnehapiùnemetta possono, per me, andare a farsi benedire. Rappresentano il vuoto (per me, ovviamente) e non trovo divertente guardare (e ascoltare) il vuoto. Meglio, se non mi va di leggere o ascoltare musica o radio, l'ozio totale. Il mio nulla che sottende a elaborare pensieri e questioni non o malrisolte.
La mia tv, se mai dovesse essercene una, sarebbe fatta di Fazio, Floris, Dandini, Santoro, Marcorè, Augias. Giusto per citare i primi (e forse unici) che mi vengono in mente. Sarebbe una tv piena di teatro e musica classica in prima serata. Sarebbe una tv fatta di parole che inducono alla riflessione, che pongono e sollecitano domande urgenti sulla nostra condizione. Sarebbe un tv con presentazioni di libri o mostre di pittura, con programmi sulla scienza, sui suoi progressi e sulle sue contraddizioni. Sarebbe una tv che sollecita e stimola la curiosità. Se dopo la presentazione di un libro, mi viene la voglia irrefrenabile di acquistarlo non è tanto per essere stato sedotto da una legge del marketing (occorre far esasperare il desiderio di possesso di un oggetto) quanto perché in quelle pagine voglio (e credo di) trovare risposte a interrogativi che sono anche miei.
Fra tutte le trasmissioni che seguo con una certa assiduità c'è "Che tempo che fa", di Fabio Fazio. Una trasmissione sempre originale nonostante un format ben collaudato che va avanti da otto anni. Eppure quella finestra che si apre nel fine settimana fa entrare aria fresca. Con leggerezza (non superficialità) si affrontano questioni e temi urgenti e importanti. Non solo. Si ride, si sorride e si riflette. Si ascolta. E' una tv non gridata, gentile, per la quale pensi che valga la pena pagare il canone. Insieme a lei qualcun'altra condotta dalle persone che ho citato prima.
Fabio Fazio è un professionista serio, che sa fare molto bene il suo mestiere, che conosce molto bene il mezzo tv, e che ha avuto il merito, quest'anno, di fare un'altra trasmissione che si è rivelata l'assoluta novità del palinsesto televisivo così asfittico, noioso e banale propinato da mamma rai e dai canali mediaset (forse salvo un tantino le jene, ma neanche tanto).
In un paese normale, Fazio sarebbe - insieme a Santoro, Dandini & co. - trattato con i guanti bianchi. Sono persone che producono, fanno programmi di qualità con ascolti notevoli e questo significa, in soldoni, pubblicità, introiti per l'azienda. E con gli introiti, ci paghi gli stipendi del personale, acquisti nuovi macchinari. Insomma, fai crescere la tua azienda. In un'economia di mercato, un medio amministratore delegato si terrebbe molto ben stretti certi prodotti. Sarebbero il suo fiore all'occhiello e sarebbero, altresì, garanzia del suo guadagno.
Ma noi siamo in Italia e l'azienda in questione è la RAI. Territorio conteso dalla politica e dai partiti, asservito ai desiderata di una maggioranza in palese conflitto d'interessi con il compito preciso di far retrocedere tale azienda. E' un pò come se a gestire l'AVIS ci fosse un certo signor Dracula. Succede, quindi, che tutte queste persone non sanno cosa faranno nella prossima stagione all'interno della loro azienda. Un programma, come si sa, non è solo il suo conduttore. Sono autori, registi, scenografi, giornalisti. C'è una redazione di persone che legge, ascolta, si informa, propone. Lavora, insomma, perchè tutto il prodotto che andrà in onda possa piacere a coloro che lo vedranno comodamente seduti sul divano.
In un paese normale un amministratore delegato simile dovrebbe essere semplicemente licenziato e messo alla porta. Qui no. Anzi. Fa carriera. E succede, allora, che un conduttore, Fabio Fazio, prenda carta e penna e scriva queste parole che copio e incollo da "Repubblica" di oggi.
Sono parole importanti, che vale la pena di leggere con attenzione e che ci fanno capire in quale paese, oggi, noi tutti, viviamo.

 

"Perché non vogliono
farmi fare 'Che tempo che fa'"

CARO Direttore, da oltre sei mesi ho dato la mia entusiastica adesione al direttore di Rai Tre Paolo Ruffini che mi aveva proposto di proseguire "Che tempo che fa" per i prossimi tre anni così come di ritrovarmi sin da gennaio con Roberto Saviano per una nuova edizione di "Vieni via con me". Da oltre sei mesi aspetto una decisione della Rai. Che cosa ha impedito o impedisce al precedente e all'attuale Direttore generale di rinnovare i contratti in scadenza di alcuni fra i protagonisti della tv pubblica?

Nel mio caso, lo dico per sgombrare il campo da eventuali dubbi, l'accordo economico è stato immediatamente trovato, ma quello su cui accordo non può esserci è la rinuncia alle garanzie minime e indispensabili per continuare a svolgere il mio mestiere nello stesso identico modo in cui si è svolto sino ad oggi.
Ho chiesto di poter continuare ad andare in onda con "Che tempo che fa" sulla stessa rete, nello stesso orario e per la stessa durata, di poter continuare a gestire gli ospiti con l'autonomia che si deve riconoscere a un qualunque gruppo di professionisti della televisione, di poter continuare ad avvalermi della presenza di Gramellini, dell'appuntamento irrinunciabile con Luciana Littizzetto e naturalmente di Roberto Saviano. Queste garanzie non sono mai arrivate nonostante le mille rassicurazioni ricevute che promettevano il contrario. "... Domani; fra due ore; fra due giorni; a fine settimana; all'inizio della prossima..." e via dicendo. In queste ultime settimane invece mi sono arrivati solo inquietanti frammenti di intenzione che di certo non hanno contribuito a rasserenare il clima. Per non parlare delle notizie su di me, sul programma e su quelli che ne fanno parte, uscite sui giornali e mai smentite. "... Pare che il programma debba cambiare rete o essere ridotto nell'orario; pare che Luciana sia considerata eccessiva; sembra più opportuno rimandare l'ipotesi di una nuova edizione di Vieni via con me e cose del genere...". E per finire tutti hanno potuto leggere definizioni di Rai Tre e di chi ci lavora che giudico offensive e inaccettabili soprattutto se pronunciate da chi ha importanti responsabilità all'interno della Rai. "Il fortino, l'enclave di comunisti, la riserva indiana". Viene da chiedersi come tutto ciò sia possibile, perché accade e soprattutto a chi giova. Un pregiudizio massimalista che potrebbe in ugual modo valere per Rai Uno o Rai Due. Sento tutto ciò come una profonda ingiustizia che fa torto al lavoro di tanti anni e alla professionalità mia e dei miei colleghi della Rai.

Per questo ho scritto l'altra sera d'impeto e di getto una lettera al Direttore generale della Rai, Dott. ssa Lei, dalla quale non ho purtroppo ricevuto risposta. Il senso era quello di capire il perché, quale era e quale è il problema. Stanno per essere discussi proprio oggi i palinsesti dei primi tre mesi dell'autunno in cui compaiono programmi per i protagonisti dei quali non sono stati rinnovati i contratti. E se anche i palinsesti venissero approvati fra sei mesi ci si troverebbe nella stessa situazione? E così successivamente ogni tre mesi? Oppure dopo l'approvazione dei palinsesti ci si deve aspettare che siano proprio i contratti a non essere approvati? O magari quelli dei propri collaboratori?

Ma che senso ha? Come si può lavorare in questa maniera, immaginare nuovi programmi, costruire novità, sperimentare e magari sbagliare anche? In una parola fare televisione. Quale è la colpa che ci viene imputata? Ho letto che Milena Gabanelli nemmeno è stata ancora ricevuta, che a Floris è stato consigliato di dedicarsi a qualcosa di nuovo. Santoro è stato lasciato andare via con un evidente e inaudito respiro di sollievo e a me non vengono date nemmeno le minime garanzie per continuare a lavorare in pace. "Che tempo che fa" quest'anno ha avuto addirittura un incremento di ascolto e "Vieni via con me" è stato giudicato l'evento televisivo più inaspettato della stagione. Portare in tv, alla televisione pubblica Roberto Saviano è stato per me un motivo di vanto e di orgoglio. Quindi, ripeto, quale è il problema?

Nella lettera che ho indirizzato al Direttore Generale, riconoscevo senza alcuna difficoltà all'Editore il diritto e il dovere di fare liberamente le proprie scelte ma chiedevo e torno a chiedere un atteggiamento leale. In tutti questi anni ho imparato che non si può fare tv contro la volontà del proprio Editore e se mai ce ne fosse stato bisogno l'esperienza di "Vieni via con me" ha provveduto a ricordarmelo. L'indifferenza e l'ostilità da parte dell'Azienda è stata evidente sin dal primo momento e solo la professionalità di un collaudato gruppo di lavoro e la tenacia di Rai Tre ci ha consentito di andare in onda e con quel risultato. Per questo ho deciso di non correre più un simile rischio professionale e per questo ho deciso che non sono più disponibile a ripetere l'esperienza di "Vieni via con me" in questa Rai. Se altrove troverò le condizioni necessarie, l'entusiasmo e la condivisione del progetto, il Pubblico potrà ritrovare presto me e Saviano di nuovo insieme.

Ho anche scritto al Direttore generale che se lo avesse ritenuto utile, ero disponibile a rinunciare ai tre anni di contratto e ai benefici conseguenti per far sì che lei stessa potesse sin da subito sottoscrivere un contratto per un solo anno poiché questo sarebbe rientrato e rientrerebbe nella Sua disponibilità e nella sua assoluta discrezionalità. Non abbiamo più molto tempo. "Che tempo che fa" dovrebbe andare in onda fra tre mesi. Il mio gruppo di lavoro è stato sciolto, le figure professionali fondamentali per continuare il programma potrebbero presto trovare alternative lavorative e ovviamente il discorso vale ancor di più per le risorse artistiche. Ma voglio ancora poter credere che ce la si possa fare e che il Pubblico di Rai Tre ci ritrovi puntuali in onda all'inizio dell'autunno.

Lavoro in Rai da ventotto anni: lo dico con emozione sincera. Alla Rai devo moltissimo. È il maggiore Editore italiano, mi ha insegnato che la Televisione di tutti è una tivù che aggiunge e che non sottrae; che la pluralità delle opinioni è data dall'insieme dei programmi di tutta la televisione e che chiedere ad ogni programma di contenere tutto e il suo contrario significherebbe ridurlo a zero. Al nulla. Ho imparato soprattutto che bisogna rispettare il Pubblico mostrandosi sinceri ed è per questo che ho deciso di rivolgere al Pubblico di "Che tempo che fa" queste parole attraverso Repubblica. Ho aspettato da una parte che il mio impegno televisivo terminasse per non approfittare del mio ruolo e dall'altra ho sperato che questa situazione così incomprensibile e desolante potesse trovare una soluzione positiva.

Non so come andrà a finire. Desidero concludere esattamente con le parole con cui ho salutato la Dott. ssa Lei nella mia lettera per ribadire che conservo nei confronti della Rai, della mia Rai e delle persone con cui ho lavorato in tutti questi anni un senso di gratitudine profonda e sincera e in molti casi di autentica amicizia.

(13 giugno 2011)

POLITICA
1 giugno 2011
L'ottimismo dell'intelligenza

Da "La Repubblica" di oggi, copio e incollo questo bell'articolo di Barbara Spinelli. Un'analisi lucida su quanto sta accadendo in questo nostro Paese, anche all'indomani dell'importante risultato delle elezioni amministrative. 

SE NON ci fossero state persone come Giuliano Pisapia e Luigi de Magistris, nelle due città malate d'Italia che sono Milano e Napoli, probabilmente non avremmo assistito in diretta alle fine politica di Berlusconi e della sua inaudita magia. Molti elementi hanno contato, e tra questi sicuramente la coalizione divenuta un garbuglio, la cocciuta scommessa di Gianfranco Fini su una nuova destra legalitaria, la smisurata insipienza di un premier che s'aggrappa follemente a Barack Obama come Michele Sindona s'aggrappò negli anni '70 agli amici americani.

Ma il vento più impetuoso viene da altrove, viene da dentro gli animi, è una forza che ha travolto tutti i copioni consueti. Eravamo abituati a dire, con Gramsci, che quel che urge è il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. Non è vero. Quel che ha vinto, a Milano e Napoli, è l'ottimismo della ragione: lo sguardo chiaro, veggente, sui tanti segnali degli ultimi anni. Il non possumus di Fini, le onde viola, la manifestazione delle donne il 13 febbraio, irradiatasi da Internet come virus ("Bastava non votarlo", diceva un cartello: è stato preso sul serio). Qualche giorno dopo, al festival di San Remo, il televoto scelse Roberto Vecchioni e anche quello fu un segno.

Alle nostre spalle, ci sono tanti sassolini bianchi che hanno finito col mostrare la via, come nella fiaba di Grimm. Li abbiamo messi noi, cittadini-elettori. Il castello che sembrava granitico, è il popolo sovrano che l'abbatte; lo stesso popolo che il premier
usa per affermare un potere illimitato. Un'immensa e tranquilla fiducia di potercela fare, un'intelligenza-conoscenza dell'Italia reale, una voglia di provare alleanze interamente centrate sull'etica pubblica e la legalità, un'estraneità profonda ai partiti dell'opposizione, alle loro élite: questi gli ingredienti che hanno fatto lievitare il pane che abbiamo mangiato lunedì. E il senso che sì, più di Gramsci valeva Pessoa: "Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola". Chi ha ottimismo della volontà, lasciando che la ragione si deprima e inebetisca, altro non gli resta che la volontà di potenza.

L'ottimismo dell'intelligenza apre lo sguardo ai segni  -  rendendo visibile l'invisibile  -  entra in sintonia con le mutazioni di una società, resuscita parole diradatesi per malinconia. È possibile ricostruire una Milano accogliente, capitale morale. È possibile strappare il Sud a mafia, 'ndrangheta, camorra, corona unita, cominciando dalla città-Babilonia che è Napoli. Non ci fa paura la paura. Luigi Bersani ha avuto la saggezza (dopo due sconfitte dei candidati Pd: alle primarie milanesi e nel primo turno a Napoli) di presentire che questa primavera italiana lui doveva assecondarla, aiutarla. Come scrive nel suo blog Pietro Ancona, già segretario della Cgil, Bersani s'è mostrato capace di buon senso: "Ha preferito vincere senza essere il protagonista principale, piuttosto che perdere essendolo". Anche questo è ottimismo dell'intelligenza.

Non siamo più invischiati in un Pd che corre da solo, che fa cadere Prodi presumendo di liberarsi della zavorra di Antonio Di Pietro o della sinistra radicale. Che per anni ha avuto come scopo essenziale quello di esser battezzato "riformista" dal finto sacerdote Berlusconi. Pisapia, Vendola, De Magistris guardano al potere senza più complessi: aspirano a prenderlo, con fiducia in sé, nel proprio ragionare, negli elettori. Gli stessi vizi della sinistra radicale (la riluttanza a governare, a pagare il prezzo che questo comporta) si fanno obsoleti e inutili. Crederci, non crederci: questo era il dilemma, se parafrasiamo Amleto. "Se sia più nobile sopportare gli oltraggi, i sassi, i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli". Sulla bilancia è stata la forza trasformatrice della verità a pesare: forza malinconica forse  -  disvelatrice di fatti e misfatti  -  ma non pessimista. I veri giustizialisti sono stati in questi anni coloro che più esecravano i magistrati. Fino a quando non si è condannati in terzo grado, tutto è permesso: gli insulti, le più immorali condotte pubbliche. Gli elettori delle amministrative restituiscono alla politica la sua vera ambizione: quella di agire e correggersi prima che intervenga il magistrato. Quella di non contar frottole, quando la crisi infuria.

C'è infine la crisi, che cambia il vento: un po' come in America quando vinse Obama. I candidati dell'opposizione non si sono accontentati più di dire: "Noi italiani siamo fatti così, c'è poco da fare". C'è invece, a cominciare da sé. Basta legger con cura i dati Istat sull'economia che barcolla, e la chimera dell'Italia immunizzata evapora. Basta scoprire come l'economia di intere regioni stagni, perché pervasa dall'illegalità, dallo sprezzo dello Stato. È molto significativo che a Napoli sia un uomo di legge ("malato di protagonismo", dicevano le sinistre fino a poco tempo fa) ad aver conquistato uno straordinario 65,4 per cento. Tutto quello che sappiamo dei disastri economici causati dalle mafie, o del peso ricattatorio esercitato a Napoli e Roma da persone come Cosentino, gli ottimisti dell'intelligenza l'hanno appreso da indagini giudiziarie preziose. I magistrati sono per Berlusconi brigatisti, cancri, uomini antropologicamente diversi. Ora è antropologicamente diversa gran parte d'Italia. Sarà interessante vedere se anch'essa sarà insultata: come la Consulta, la Costituzione, il Quirinale, la magistratura, l'informazione indipendente.

Nel berlusconiano impero dei segni, tanti s'erano installati: vassalli riottosi, ma pur sempre vassalli. Anche il Pd, quando faceva mancare i propri voti alla Camera; anche Casini, quando approvava la legge liberticida sul fine vita. Scoraggiamento e pessimismo li inchiodavano dov'erano. Un'altra Italia ha fatto scoppiare la bolla dei segni, con la spilla dei buoni argomenti, la mitezza dei candidati, anche con lo scherno: c'è stato un momento, fra i due turni, in cui ha fatto irruzione l'ironia e il banco di Berlusconi è saltato. È stato quando un utente twitter ha lanciato un appello alla Moratti: "Il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa! Sindaco rispondi!". Al che il sindaco: "Nessuna tolleranza per le moschee abusive!". Era una bufala, né Sucate né Puppa esistono. Così come non esistono l'Italia berlusconiana, gli annunci miracolosi del premier. Un'esilarante fandonia ha scacciato la fandonia sempre meno allegra, sempre più cupa, del leader.

Prima o poi la ribellione doveva venire, connettersi al mondo reale. Un mondo dove i giovani, stando all'Istat, sono derubati di futuro: con tassi di disoccupazione superiori di 3,7 punti rispetto alla media europea; con un'emigrazione all'estero in aumento, perché il merito da noi non conta più. Quasi la metà dei giovani occupati è precaria. Quasi un quarto è Neet (acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training). Ora si tratta di vedere cosa l'opposizione farà: come costruirà, dopo aver distrutto. Come si mobiliterà per il referendum su acqua, legittimo impedimento (legalità), nucleare. È un'impresa colossale, dopo anni di crisi negata. Il 24 maggio, la Corte dei Conti ha ammonito: per raggiungere un rapporto fra debito pubblico e Pil pari al 60% (per evitare la bancarotta greca, come chiesto dall'Europa), l'Italia dovrà ridurre il debito del 3% all'anno, pari oggi a circa 46 miliardi.

Per Berlusconi, è missione impossibile: a causa del governo infermo, e del populismo. Ma sinistra e altri oppositori ne sono capaci, dopo aver sostenuto in questi anni che Prodi cadde per colpa del rigore? Sono capaci di dire che le tasse non vanno diminuite, che nell'economia-mondo la crescita sarà debole, i sacrifici non comprimibili, l'equità tanto più indispensabile? La strada è impervia. Ma l'Italia forse ascolta oggi parole di verità, se chi le dice avrà l'ottimismo dell'intelligenza, oltre a quello della volontà.

(01 giugno 2011)

POLITICA
7 maggio 2011
Osama, le tre violazioni americane

 

Da "La Repubblica" del 6 maggio 2011, copio e incollo questo illuminante articolo di Antonio Cassese che sottoscrivo parola per parola. 
 

Mi duole dirlo perché, come molti lettori di Repubblica, ritengo che gli Stati Uniti siano una grande democrazia dotata di alcune ottime istituzioni e che molti politici e intellettuali statunitensi abbiano tanto da insegnarci, a noi europei. Mi duole dirlo, ma l' uccisione di Bin Laden ha costituito una seria violazione di almeno due di tre principi etico-giuridici fondamentali.
Anzitutto, informazioni iniziali intorno a un suo "corriere" sono state acquisite attraverso la tortura, autorizzata ufficialmente e mai condannata, neanche ai più alti vertici degli Usa. La norma che vieta la tortura e non la giustifica mai, dico mai, è diventata un "principio costituzionale" della comunità internazionale, e a nessuno dovrebbe essere consentito di infrangerla
 senza essere debitamente processato e punito. Stranamente Panetta, l'attuale capo della Cia e prossimo Segretario alla Difesa, nel 2008 condannò la tortura osservando che non può essere giustificata da ragioni di sicurezza nazionale. Poi nel febbraio 2009, davanti al Senato, affermò che l' annegamento simulato (waterboarding) era sì illegale ma, se egli fosse stato nominato capo della Cia, non avrebbe punito coloro che lo avessero commesso. Stupefacente! La tortura rimane illegittima anche nei casi in cui essa consente di ottenere utili informazioni. Chi ha torturato va punito anche in questi casi, per riaffermare il valore supremo di quel divieto.

La seconda violazione è consistita nel compiere una operazione militare in territorio pakistano senza il consenso di quello Stato. In una parola, è stata violata la sovranità del Pakistan. Ma qui Obama può invocare importanti esimenti. Islamabad aveva l'obbligo nei confronti di tutta la comunità internazionale di reprimere il terrorismo e non lo ha fatto. Questo obbligo era rafforzato da quello assunto bilateralmente nei confronti degli Usa di ricercare e arrestare Bin Laden, obbligo che aveva come "corrispettivo" la consegna statunitense al Pakistan di un miliardo di dollari l'anno. Nell'omettere platealmente e per molti annidi adempiere quell'obbligo il Pakistan ha in un certo senso legittimato una "azione sostitutiva". Il raid statunitense può essere equiparato, per certi aspetti, a quelle operazioni di salvataggio dei propri cittadini, tipo Congo (intervento dei belgi nel 1960) o Entebbe (intervento israeliano nel 1976), che sono state ritenute legittime in passato.

La terza violazione è quella di un principio fondamentale di civiltà giuridica. Uno Stato democratico non può trasformarsi in assassino, tranne che in due casi. Anzitutto nell'ipotesi di violenza bellica in atto. Ma tra gli Usa e Al Qaeda non c'è guerra, né internazionale né civile; l'azione statunitense contro le reti terroristiche di Al Qaeda è solo azione di polizia che, se intende dispiegarsi a livello internazionale, ha bisogno della cooperazione delle forze dell'ordine degli altri Stati, gli Usa non essendo un gendarme planetario. Del resto, anche in una guerra internazionale il nemico può essere ucciso solo in campo di battaglia, non a casa sua, tranne che si difenda con le armi, sparando e uccidendo; se sorpreso inerme nella sua dimora, va catturato e, se autore di crimini di guerra, processato. L'altro caso in cui lo Stato può uccidere legalmente è quando deve far eseguire con la forza ordini legittimi contro persone che deliberatamente si sottraggono all'arresto (ad esempio, si può uccidere un rapinatore che tenta di scappare sparando contro i poliziotti che cercano di catturarlo). Se uno Stato accusa uno straniero di crimini gravissimi, lo arresta (o la fa arrestare all'estero dalle autorità del luogo) e lo processa. Nel caso di Bin Laden tutto lascia pensare che l'ordine fosse di ucciderlo: era disarmato; ha opposto qualche resistenza facilmente superabile da uomini armati fino ai denti. Qui i principi etico-giuridici sono chiari. Averli trasgrediti è grave.

Mettetevi però nei panni di Obama: egli sapeva che un processo, davanti a un tribunale statunitense o internazionale, sarebbe durato per lo meno due anni (fra istruttoria, dibattimento e sentenza), con Bin Laden detenuto. Obama deve aver pensato agli innumerevoli atti terroristici che Al Qaeda avrebbe scatenato nel mondo, durante il processo. E poi: dove detenere Bin Laden, a Guantànamo, che si cerca di chiudere al più presto possibile, o in un carcere in territorio statunitense, dove nessuna delle autorità statali lo prenderebbe, per ragioni di ordine pubblico? E come evitare che Bin Laden trasformasse l'aula giudiziaria in una tribuna politica, come hanno fatto Milosevic e Karadzic all'Aja? Un processo avrebbe anche portato alla luce le collusioni della Cia con Bin Laden ai tempi dell'invasione russa dell'Afghanistan, non ché gli ambigui rapporti della Cia con l'ex capo dei servizi segreti sudanesi, Sala Gosh, per un tempo protettore di Bin Laden in Sudan. Si sarebbe trattato inoltre di un processo nel quale la presunzione di innocenza di cui avrebbe dovuto godere l'accusato sarebbe stata minima e lo sbocco finale scontato. Obama ha così optato per l'opportunità politica contro valori morali e giuridici. Il che non giustifica affatto la sua decisione, ma permette di comprenderne le motivazioni. Resta il fatto che ancora una volta la Realpolitik ha battuto l'etica ed il diritto.

Il blitz ad Abbottabad solleva un problema più generale. Negli Usa, le autorità di polizia non procederebbero mai alla tortura, perché è vietata, e inoltre ogni prova ottenuta con quei metodi non avrebbe alcun valore in un processo. Inoltre l'uso di armi letali da parte delle forze dell'ordine è strettamente regolato, e lo "stato di diritto" esige che non si possano commettere "esecuzioni extragiudiziali". Tutte queste protezioni valgono per cittadini statunitensi o per gli stranieri che abbiano commesso un reato contro un cittadino Usa. Ma dal 2011 gli Usa hanno creato un limbo sia giuridico sia territoriale (Guantànamo) per presunti terroristi stranieri, tra l'altro ammettendo la tortura. Ed ora di fatto ammettono anche le "esecuzioni extragiudiziali" con blitz all'estero. Bisogna dunque chiedersi se gli Usa ritengano che la "supremazia del diritto" valga solo al loro interno, mentre perde ogni valore nel campo delle relazioni internazionali. Se così fosse, dovremmo seriamente preoccuparci per le prossime mosse della Superpotenza planetaria, oggi ancora guidata da un uomo che, almeno a parole, dice di credere nel diritto e nella giustizia.

politica estera
2 maggio 2011
Venghino siore e siori....

Sui siti internet dei maggiori organi di stampa capeggia la notizia che farà discutere ad ogni latitudine del globo: Osama Bin Laden è stato ucciso. Il tutto condito con video, foto e quant'altro sia utile all'esibizione del circo dell'orrore.

Trovo agghiaccianti le parole pronuciate dal Presidente USA, Barack Obama "giustizia è fatta". Complimenti al premio nobel per la pace, che guarda a questa uccisione come al compimento della giustizia. Con buona pace del diritto che - nel corso dei secoli - ha superato l'antica legge del taglione.
E' stato ucciso un terrorista che si sarà macchiato di crimini atroci ma ciò non può far recedere nessuno dalla convinzione che persino il più efferato dei criminali debba essere giudicato da un tribunale e secondo quelle che sono le norme a base del codice penale.

L'uccisione di un uomo è sempre un passo indietro in quei sentieri che la civiltà dovrebbe spianare per favorirne l'accesso.

Non posso unirmi al coro dei tanti che oggi stappano bottiglie e brindano all'assassinio di Bin Laden. Tutt'altro. Oggi è una pagina nera, nerissima, se penso che le parole pronunciate da Obama, sono state dette proprio da quella persona che - quando eletta - rappresentava la realizzazione di un sogno, di un'utopia.

In questo momento mi vengono a monito - come spesso accade - le parole di De Andrè, quando diceva che "bisogna farne di strada per diventare così coglioni, da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni". Come dargli torto?

18 aprile 2011
Todo cambia


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POLITICA
7 aprile 2011
All'arme, Allarme

La notizia secondo cui 4 senatori (3 del pdl e 1 di fli) hanno presentato una proposta di riforma della Costituzione nella parte in cui verrebbe cancellata la disposizione che vieta la ricostituzione del partito fascista, non mi meraviglia più di tanto.

Diciamo che i 4 (e non sono quelli dell'oca selvaggia) se avessero voluto, avrebbero potuto presentarla a ridosso di ferragosto, così nessuno - preso dalla calura estiva - ci avrebbe fatto caso. Quindi i predetti hanno peccato di ingenuità.

In un paese normale, una notizia del genere avrebbe dovuto occupare le prime pagine dei giornali e sulla questione ci si sarebbe aspettati (specie dall'opposizione) una fortissima denuncia e una più che vibrata protesta. Invece il tutto è stato declassificato a notizia (quasi) di mera cronaca politico-parlamentare, da confonderla, magari con le proposte più strampalate che i (nostri?) rappresentanti del popolo formulano nelle due camere del Parlamento.

Piano piano, in questa situazione pressochè narcotizzata, sta passando tutto. Ma proprio tutto. Senza fare l'ennesimo elenco, non mi soffermo sulla miriade di questioni serie - molto serie - che attanagliano l'Italia. Questione sulle quali la classe politica sembra limitarsi ad un chiacchiericcio che nulla risolve ma molto aggrava. E invece, si rivolge lo sguardo altrove. C'è nostalgia dei "bei tempi" che furono, del "si stava meglio quando si stava peggio" e amenità del genere. Si vive il presente in funzione del passato e non ci si degna di guardare il futuro. Forse perchè - se si strabuzzassero gli occhi - ci apparirebbe una desolazione dalla quale si vuol fuggire. Un pò come quando ascoltiamo una vecchia canzone che ci riporta a periodi che non torneranno ma nei quali ci si trovava bene.

I nostri 4 fascistelli che occupano uno scranno ciascuno nel palazzo del potere, li immagino la mattina a farsi la doccia o a radersi al suono di "giovinezza", sorseggiare un caffè con in mente le parole del duce, e salutarsi, ovviamente, al grido di "eia eia alalà", con tanto di saluto romano d'occasione.

Si stigmatizza. Si dice che il bello della democrazia sia anche il fatto che essa dà la possibilità a gente come questi 4 di formulare proposte che con la democrazia stanno come i famosi cavoli a merenda. Penso che tali signori, insieme al gentile deputato che ha insultato rozzamente la parlamentare disabile (se n'è parlato ampiamente, in questi ultimi giorni), debbano semplicemente essere cacciati dai luoghi dove si esercita la democrazia indiretta. E questa volta, senza appello.

Voglio chiudere con un grande poeta, Bertolt Brecht che, profeticamente, ha scritto queste parole.


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei

e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare.


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permalink | inviato da aprile67 il 7/4/2011 alle 14:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
5 aprile 2011
Una risata (vi - ci) seppellirà

Probabilmente mi sono perso qualche puntata. O forse no. Non mi risulta, infatti, che Palazzo Grazioli sia un palazzo dello Stato. Un luogo, insomma, in uso al nostro Governo. Un luogo, per sintetizzare, istituzionale. Mi risulta sia una dimora privata, dove abita un signore che, per il momento, ha l'onere (sull'onore avrei qualche dubbio) di rivestire la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.

Per carità, quel signore, nella sua dimora è liberissimo di ospitare chi meglio crede, di tenere riunioni connesse al suo attuale impiego. Su questo è del tutto superfluo sprecare tempo e parole. Mi chiedo, pero, cosa c'entri - in una riunione tenuta recentemente con alcuni sindaci - indossare, da parte di questi primi cittadini la fascia tricolore.

Si comprende da subito che quella riunione non aveva un carattere istituzionale, bensì squisitamente politica: un gruppo di sindaci appartenenti allo stesso schieramento politico del Presidente aveva chiesto di incontrarlo per discutere di alcune scelte (se non ricordo male connesse a questioni di abusivismo edilizio). Nulla di male, ci mancherebbe. Il Presidente del Consiglio è anche il leader del partito di maggioranza in Parlamento e, come tale, può pianificare le sue strategie politiche ove meglio crede. Ma la fascia? Un sindaco la indossa in momenti pubblici, istituzionali.

Non è questione di "lana caprina". Si sa che le democrazie hanno i loro riti e i loro simboli. E, come tali, vanno rispettati. C'è una sorta di "liturgia" del potere che - in qualche modo - è posta per far sì che sia testimoniato (nei posti e nei momenti opportuni) il senso di appartenenza ad una comunità.

Diversamente, perchè teniamo tanto al tricolore, proprio nel momento in cui stiamo celebrando (o ricordando) i 150 anni dell'Unità d'Italia?
E poi la fascia ha anche il compito di individuare - primus inter pares - chi, fra i vari convenuti ad una qualsivoglia manifestazione, ricopre la carica di primo cittadino e, quindi, rappresenta una comunità.

L'obiezione a questa riflessione è prevedibile: quanti sindaci, con la fascia e il gonfalone, hanno manifestato per le strade contro le scelte compiute da governi nazionali o regionali?
Tantissimi, indubbiamente. Ma, appunto, hanno manifestato pubblicamente, fuori dalle mura di una dimora privata, in un luogo pubblico che, in quanto tale, appartiene a tutti. Un sindaco, una giunta comunale, un consiglio comunale, sono organi democraticamente eletti che fanno delle scelte. Scelte che non necessariamente possono accontentare tutti indistintamente. Diversamente, che dialettica politica ci sarebbe?

Tuttavia, la scena di quei sindaci, con tanto di fascia tricolore, in riunione in una dimora privata dà la cifra di questo paese e della sua crisi che lo sta trascinando in un baratro vero e proprio.

Non voglio soffermarmi sulla barzelletta della mela e della pantomima messa in scena per raccontarla da parte del padrone di casa. Il solo pensiero mi pervade di un senso di tristezza. E non tanto per colui che la dice, quanto per coloro che - compiaciuti - ridono e applaudono.
Forse nel 68 non tutto era sbagliato, specialmente quando si diceva: una risata vi seppellirà.


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