.
Annunci online

... in direzione ostinata e contraria....(Fabrizio De Andrè)
25 marzo 2013
E adesso che si fa?
Magdi Cristiano Allam, secondo quanto si legge sul sito del Corriere della Sera, lascia la chiesa cattolica, considerando conclusa la propria conversione al cattolicesimo.
Colpa dei papi, a quanto pare, assai morbidi con l'Islam (religione di provenienza del poveretto deluso).
Osserverò un minuto di religioso silenzio meditando se sia il caso di flagellarmi ovvero di stappare una buona bottiglia brindando con un clamoroso "ecchissenefrega!".


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Allam; conversione

permalink | inviato da aprile67 il 25/3/2013 alle 13:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 luglio 2011
Sinistra. Che fare?


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Vauro

permalink | inviato da aprile67 il 7/7/2011 alle 17:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
7 luglio 2011
Poi non vi lamentate...

... se gli elettori vi mandano un sonoro vaffanculo! Cos'altro dovrebbero fare, a fronte di un comportamento come quello dell'altro giorno, alla Camera, in cui il PD si è astenuto sulla proposta di legge costituzionale volta ad abolire le province?
Non si impara mai dalle sconfitte e, tanto meno, direi, dalle vittorie. Il fatto che la tornata delle amministrative sia andata bene, che il referendum abbia raggiunto - dopo oltre tre lustri - il quorum, non significa che tutto sia scontato. La politica non obbedisce alle regole ferree della matematica. In politica 2+2 non fa sempre quattro. Gli scenari che si aprono possono essere del tutto imprevedibili.
Il PD, ispirato da non so quali alti "ragionatori" (avete mai sentito quelli che con supponenza cominciano con la frase o intercalano l'espressione "il ragionamento è..."?) ha assunto una posizione a dir poco assurda. Immotivata. Illogica. Irrazionale. Irragionevole.
Ma come? soffia un vento diverso, la società è in fermento e in tumulto per colpa di uno dei peggiori governi che questo Paese mai abbia avuto, per l'assenza di un'opposizione che sia credibile in Parlamento, per merito dei tanti giovani e delle tante donne che hanno cominciato a rivendicare con fierezza e con orgoglio la dignità e il non essere in vendita, per merito di un tam tam che corre lungo i cavi della rete con più velocità delle antiche liturgie di partito e il PD cosa fa? Si astiene su un provvedimento che porterebbe all'abolizione delle province, di enti praticamente inutili che servono solo ad alimentare l'insaziabile fame di potere di una politica che è - ormai - al di fuori della storia.
L'abolizione delle province era, tra l'altro, uno dei punti salienti del programma del Pdl. Quel partito che, invece, ha rinnegato il suo stesso programma.
Il tutto, poi, mentre veniva presentata una manovra economica devastante sotto il profilo della crescita, con una serie di tagli nei confronti di coloro che, immancabilmente, sono spremuti oltre misura.
Un partito del genere è INAFFIDABILE. Sono semplicemente ridicole le motivazioni che vengono adesso timidamente esposte a difesa di tale voto. RIDICOLE. Nulla è più deleterio della mancanza del coraggio, in politica. Della capacità di rischiare e assumere una decisione che non sia frutto di allucinanti compromessi. Avete, forse, salvato una casta. Ma non avete fatto nulla per salvare il paese.
Il politicismo è ciò che ha ucciso la democrazia e la politica in questo paese. L'ozioso ragionamento di chi è sempre più "scollato" dalla società che dovrebbe rappresentare. Non avete fiuto e non percepite quello che accade davvero. State ad alambiccarvi su formule o formulette incomprensibili. Insomma, state smacchiando il giaguaro. E non è una bella cosa.

POLITICA
14 giugno 2011
Cambia il vento (e il meteo non c'entra)

Provo un fastidio epidermico per gli slogan. Non mi sono mai piaciuti. Rappresentano, secondo me, una banalizzazione di un concetto, di un'idea. Sono organici ad una concezione "militare" e falsamente militante della vita politica. Detesto le "parole d'ordine", forse perchè rimandano all'idea di chi è a guardia di qualcosa e, all'arrivo di qualcuno, pone la fatidica domanda su quale sia la parola d'ordine minacciando, in caso di errore, l'apertura del fuoco. Le parole d'ordine rimandano all'idea di truppa. E ancora siamo nella metafora militaresca. Un insieme di persone che si tengono unite recitando - come fosse un mantra - le stesse parole, gli stessi slogan.

Si dirà che, di converso, le parole d'ordine, nel loro semplificare, permettono a tutti la comprensione di concetti difficilmente comprensibili e che, quindi, sono innanzitutto, democratiche. Come se il sapere diffuso debba essere - per essere democratico - banalizzato a pochi termini. No. Non mi piacciono e non mi sono mai piaciute.

Eppure ho preso parte a centinaia di cortei, di manifestazioni, nelle quali risuonavano gli slogan in rima contro i diversi e vari protagonisti della politica di governo. Quante rime su Andreotti, Falcucci, Fanfani. Quante canzoncine su Bettino & co. Recitate magari col sorriso irriverente di chi se la prende con un simbolo del potere, ma, in fin dei conti, senza troppe convinzioni. O meglio, senza particolari sensi di colpa, visto che si conoscevano benissimo le ragioni del manifestare e non si era, quindi, aggregati a qualcosa.

Chi parla per slogan, per parole d'ordine, secondo me, ti sta fregando. Sta veicolando messaggi complessi attraverso il gioco semantico semplice semplice. Quello che non ti sollecita una riflessione di più, quello che ti fa desistere da un supplemento di ragionamento. Questo professionismo della superficialità ha avuto i suoi sacerdoti nel principale responsabile del degrado di questo paese, l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri che, con le sue reti televisive ha inondato le case di parole semplici semplici. Ha spostato il baricentro della comprensione dalla testa alla pancia. E quando scendi in basso, il livello, inevitabilmente, si abbassa. A parlare sono pulsioni immediate, non c'è più una mediazione "culturale" che ti deriva dalle letture e dall'ascolto di ragionamenti "alti".

E' come se, avendo tra le mani un quotidiano, ci si soffermi sui titoli senza degnare di uno sguardo il contenuto dell'articolo. Eppure il titolo, molte volte, viene concepito "a effetto" per attirare l'attenzione del lettore, nella segreta (non tanto segreta, poi) speranza che, poi, si legga l'analisi, la dinamica dei fatti. Mi è capitato molte volte, in effetti, di leggere un articolo il cui titolo era totalmente fuorviante.

Oggi la parola più usata - non tanto nel parlato o nello scritto - quanto nella realtà dei fatti è "sintesi". Occorre sintetizzare al massimo, spolpando la notizia di particolari che potrebbero rivelarsi utilissimi alla comprensione della stessa. La nostra lingua è una lingua "televisiva". Lingua dai tempi strettissimi. Basterà fare un prova: immaginate di leggere un giornale, e, di questo giornale, leggere una notizia per ciascuna sezione: politica interna, politica estera, cronaca (nera, rosa), cultura, sport, meteo. Vedrete che questo esercizio durerà, in termini di tempo, molto più di quanto - oggi - non duri un telegioranle di prima serata che, in mezz'ora dovrà, anche attraverso l'uso di immagini e filmati, raccontarvi ciò che avrete letto nel giornale. Se provate a mettere per iscritto il servizio di un giornalista, di un inviato, vi renderete conto che sarà molto più breve di un medio articolo della carta stampata. E, per carta stampata, mi sto riferendo, ovviamente, al giornale quotidiano che pur è diventato un giornale che contiene articoli la cui lettura richiede un'attenzione superiore a quella che è richiesta per sapere che succede senza dover necessariamente analizzare.

Forse la gente, di questa sintesi si è stancata. Forse sta ritornando il momento in cui si avverte l'esigenza, la necessità di approfondire, ragionare, analizzare, nauseata com'è di questa overdose di banalizzazione del reale, di questa rappresentazione edulcorata della realtà (vero Tg1 e Tg2?, senza parlare dei tg mediaset che non fanno testo). Il grande sonno, probabilmente, è finito e la sveglia ha cominciato a suonare. Attraverso la rete, il passaparola questo fiume ha rotto gli argini e, carsicamente, sta straripando. Si avverte il bisogno di aria nuova, diversa. Un pò come quando si entra in una stanza con aria consumata e si aprono le finestre per far entrare aria e luce nuova.

Interpreto così quello che da qualche settimana - prima con le elezioni amministrative, poi con il referendum - sta succedendo in Italia. La gente non ne può più. E non solo perchè non arriva a fine mese, ma perchè è fondamentalmente stanca, esausta di questo immobilismo asfissiante che non fornisce alcuna prospettiva, non da' alcuna speranza. Cervelli in fuga, la scuola al disastro, uffici dove manca il necessario per lavorare, giovani condannati al precariato come se fosse una sentenza irrevocabile, una classe dirigente abbarbicata al privilegio come se fosse di discendenza divina, moderno feudalesimo con un divario sempre più crescente fra classi sociali (i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri). E tutto questo mentre c'è chi va in tv e con una spudoratezza unica continua a ripetere che va tutto bene e si autoincensa fino ad auspicare un monumento per sé medesimo.

Come si suol dire: la misura è colma abbastanza perchè, indipendentemente dal meteo (anche quello politicizzato: prima del referendum invitava a fare una gita, viste le previsioni positive), il vento cambi direzione. Un solo auspicio: che tutte queste novità vengano tesaurizzate in nome di un bene comune che prescinda dai "cappelli politici" e che, al termine del confronto fra le diversità, si vada a sintesi. Quella sintesi che sarebbe più apprezzata dell'attuale sempiterna banalizzazione della complessità.

CULTURA
13 giugno 2011
Che tempo che fa

Non guardo molta televisione. Non mi piace in generale. Preferisco fare altro, anzichè subìre passivamente parole e immagini. L'accendo solo quando c'è qualcosa che mi possa interessare. Di solito preferisco i film (possibilmente senza pubblicità) e le trasmissioni di approfondimento. Ce ne sono pochissime, si contano sulle dita di una mano. Per il resto, nani e ballerine, amici e nemici, grandi fratelli e sorelle, isole di famosi e sfigati e chippiùnehapiùnemetta possono, per me, andare a farsi benedire. Rappresentano il vuoto (per me, ovviamente) e non trovo divertente guardare (e ascoltare) il vuoto. Meglio, se non mi va di leggere o ascoltare musica o radio, l'ozio totale. Il mio nulla che sottende a elaborare pensieri e questioni non o malrisolte.
La mia tv, se mai dovesse essercene una, sarebbe fatta di Fazio, Floris, Dandini, Santoro, Marcorè, Augias. Giusto per citare i primi (e forse unici) che mi vengono in mente. Sarebbe una tv piena di teatro e musica classica in prima serata. Sarebbe una tv fatta di parole che inducono alla riflessione, che pongono e sollecitano domande urgenti sulla nostra condizione. Sarebbe un tv con presentazioni di libri o mostre di pittura, con programmi sulla scienza, sui suoi progressi e sulle sue contraddizioni. Sarebbe una tv che sollecita e stimola la curiosità. Se dopo la presentazione di un libro, mi viene la voglia irrefrenabile di acquistarlo non è tanto per essere stato sedotto da una legge del marketing (occorre far esasperare il desiderio di possesso di un oggetto) quanto perché in quelle pagine voglio (e credo di) trovare risposte a interrogativi che sono anche miei.
Fra tutte le trasmissioni che seguo con una certa assiduità c'è "Che tempo che fa", di Fabio Fazio. Una trasmissione sempre originale nonostante un format ben collaudato che va avanti da otto anni. Eppure quella finestra che si apre nel fine settimana fa entrare aria fresca. Con leggerezza (non superficialità) si affrontano questioni e temi urgenti e importanti. Non solo. Si ride, si sorride e si riflette. Si ascolta. E' una tv non gridata, gentile, per la quale pensi che valga la pena pagare il canone. Insieme a lei qualcun'altra condotta dalle persone che ho citato prima.
Fabio Fazio è un professionista serio, che sa fare molto bene il suo mestiere, che conosce molto bene il mezzo tv, e che ha avuto il merito, quest'anno, di fare un'altra trasmissione che si è rivelata l'assoluta novità del palinsesto televisivo così asfittico, noioso e banale propinato da mamma rai e dai canali mediaset (forse salvo un tantino le jene, ma neanche tanto).
In un paese normale, Fazio sarebbe - insieme a Santoro, Dandini & co. - trattato con i guanti bianchi. Sono persone che producono, fanno programmi di qualità con ascolti notevoli e questo significa, in soldoni, pubblicità, introiti per l'azienda. E con gli introiti, ci paghi gli stipendi del personale, acquisti nuovi macchinari. Insomma, fai crescere la tua azienda. In un'economia di mercato, un medio amministratore delegato si terrebbe molto ben stretti certi prodotti. Sarebbero il suo fiore all'occhiello e sarebbero, altresì, garanzia del suo guadagno.
Ma noi siamo in Italia e l'azienda in questione è la RAI. Territorio conteso dalla politica e dai partiti, asservito ai desiderata di una maggioranza in palese conflitto d'interessi con il compito preciso di far retrocedere tale azienda. E' un pò come se a gestire l'AVIS ci fosse un certo signor Dracula. Succede, quindi, che tutte queste persone non sanno cosa faranno nella prossima stagione all'interno della loro azienda. Un programma, come si sa, non è solo il suo conduttore. Sono autori, registi, scenografi, giornalisti. C'è una redazione di persone che legge, ascolta, si informa, propone. Lavora, insomma, perchè tutto il prodotto che andrà in onda possa piacere a coloro che lo vedranno comodamente seduti sul divano.
In un paese normale un amministratore delegato simile dovrebbe essere semplicemente licenziato e messo alla porta. Qui no. Anzi. Fa carriera. E succede, allora, che un conduttore, Fabio Fazio, prenda carta e penna e scriva queste parole che copio e incollo da "Repubblica" di oggi.
Sono parole importanti, che vale la pena di leggere con attenzione e che ci fanno capire in quale paese, oggi, noi tutti, viviamo.

 

"Perché non vogliono
farmi fare 'Che tempo che fa'"

CARO Direttore, da oltre sei mesi ho dato la mia entusiastica adesione al direttore di Rai Tre Paolo Ruffini che mi aveva proposto di proseguire "Che tempo che fa" per i prossimi tre anni così come di ritrovarmi sin da gennaio con Roberto Saviano per una nuova edizione di "Vieni via con me". Da oltre sei mesi aspetto una decisione della Rai. Che cosa ha impedito o impedisce al precedente e all'attuale Direttore generale di rinnovare i contratti in scadenza di alcuni fra i protagonisti della tv pubblica?

Nel mio caso, lo dico per sgombrare il campo da eventuali dubbi, l'accordo economico è stato immediatamente trovato, ma quello su cui accordo non può esserci è la rinuncia alle garanzie minime e indispensabili per continuare a svolgere il mio mestiere nello stesso identico modo in cui si è svolto sino ad oggi.
Ho chiesto di poter continuare ad andare in onda con "Che tempo che fa" sulla stessa rete, nello stesso orario e per la stessa durata, di poter continuare a gestire gli ospiti con l'autonomia che si deve riconoscere a un qualunque gruppo di professionisti della televisione, di poter continuare ad avvalermi della presenza di Gramellini, dell'appuntamento irrinunciabile con Luciana Littizzetto e naturalmente di Roberto Saviano. Queste garanzie non sono mai arrivate nonostante le mille rassicurazioni ricevute che promettevano il contrario. "... Domani; fra due ore; fra due giorni; a fine settimana; all'inizio della prossima..." e via dicendo. In queste ultime settimane invece mi sono arrivati solo inquietanti frammenti di intenzione che di certo non hanno contribuito a rasserenare il clima. Per non parlare delle notizie su di me, sul programma e su quelli che ne fanno parte, uscite sui giornali e mai smentite. "... Pare che il programma debba cambiare rete o essere ridotto nell'orario; pare che Luciana sia considerata eccessiva; sembra più opportuno rimandare l'ipotesi di una nuova edizione di Vieni via con me e cose del genere...". E per finire tutti hanno potuto leggere definizioni di Rai Tre e di chi ci lavora che giudico offensive e inaccettabili soprattutto se pronunciate da chi ha importanti responsabilità all'interno della Rai. "Il fortino, l'enclave di comunisti, la riserva indiana". Viene da chiedersi come tutto ciò sia possibile, perché accade e soprattutto a chi giova. Un pregiudizio massimalista che potrebbe in ugual modo valere per Rai Uno o Rai Due. Sento tutto ciò come una profonda ingiustizia che fa torto al lavoro di tanti anni e alla professionalità mia e dei miei colleghi della Rai.

Per questo ho scritto l'altra sera d'impeto e di getto una lettera al Direttore generale della Rai, Dott. ssa Lei, dalla quale non ho purtroppo ricevuto risposta. Il senso era quello di capire il perché, quale era e quale è il problema. Stanno per essere discussi proprio oggi i palinsesti dei primi tre mesi dell'autunno in cui compaiono programmi per i protagonisti dei quali non sono stati rinnovati i contratti. E se anche i palinsesti venissero approvati fra sei mesi ci si troverebbe nella stessa situazione? E così successivamente ogni tre mesi? Oppure dopo l'approvazione dei palinsesti ci si deve aspettare che siano proprio i contratti a non essere approvati? O magari quelli dei propri collaboratori?

Ma che senso ha? Come si può lavorare in questa maniera, immaginare nuovi programmi, costruire novità, sperimentare e magari sbagliare anche? In una parola fare televisione. Quale è la colpa che ci viene imputata? Ho letto che Milena Gabanelli nemmeno è stata ancora ricevuta, che a Floris è stato consigliato di dedicarsi a qualcosa di nuovo. Santoro è stato lasciato andare via con un evidente e inaudito respiro di sollievo e a me non vengono date nemmeno le minime garanzie per continuare a lavorare in pace. "Che tempo che fa" quest'anno ha avuto addirittura un incremento di ascolto e "Vieni via con me" è stato giudicato l'evento televisivo più inaspettato della stagione. Portare in tv, alla televisione pubblica Roberto Saviano è stato per me un motivo di vanto e di orgoglio. Quindi, ripeto, quale è il problema?

Nella lettera che ho indirizzato al Direttore Generale, riconoscevo senza alcuna difficoltà all'Editore il diritto e il dovere di fare liberamente le proprie scelte ma chiedevo e torno a chiedere un atteggiamento leale. In tutti questi anni ho imparato che non si può fare tv contro la volontà del proprio Editore e se mai ce ne fosse stato bisogno l'esperienza di "Vieni via con me" ha provveduto a ricordarmelo. L'indifferenza e l'ostilità da parte dell'Azienda è stata evidente sin dal primo momento e solo la professionalità di un collaudato gruppo di lavoro e la tenacia di Rai Tre ci ha consentito di andare in onda e con quel risultato. Per questo ho deciso di non correre più un simile rischio professionale e per questo ho deciso che non sono più disponibile a ripetere l'esperienza di "Vieni via con me" in questa Rai. Se altrove troverò le condizioni necessarie, l'entusiasmo e la condivisione del progetto, il Pubblico potrà ritrovare presto me e Saviano di nuovo insieme.

Ho anche scritto al Direttore generale che se lo avesse ritenuto utile, ero disponibile a rinunciare ai tre anni di contratto e ai benefici conseguenti per far sì che lei stessa potesse sin da subito sottoscrivere un contratto per un solo anno poiché questo sarebbe rientrato e rientrerebbe nella Sua disponibilità e nella sua assoluta discrezionalità. Non abbiamo più molto tempo. "Che tempo che fa" dovrebbe andare in onda fra tre mesi. Il mio gruppo di lavoro è stato sciolto, le figure professionali fondamentali per continuare il programma potrebbero presto trovare alternative lavorative e ovviamente il discorso vale ancor di più per le risorse artistiche. Ma voglio ancora poter credere che ce la si possa fare e che il Pubblico di Rai Tre ci ritrovi puntuali in onda all'inizio dell'autunno.

Lavoro in Rai da ventotto anni: lo dico con emozione sincera. Alla Rai devo moltissimo. È il maggiore Editore italiano, mi ha insegnato che la Televisione di tutti è una tivù che aggiunge e che non sottrae; che la pluralità delle opinioni è data dall'insieme dei programmi di tutta la televisione e che chiedere ad ogni programma di contenere tutto e il suo contrario significherebbe ridurlo a zero. Al nulla. Ho imparato soprattutto che bisogna rispettare il Pubblico mostrandosi sinceri ed è per questo che ho deciso di rivolgere al Pubblico di "Che tempo che fa" queste parole attraverso Repubblica. Ho aspettato da una parte che il mio impegno televisivo terminasse per non approfittare del mio ruolo e dall'altra ho sperato che questa situazione così incomprensibile e desolante potesse trovare una soluzione positiva.

Non so come andrà a finire. Desidero concludere esattamente con le parole con cui ho salutato la Dott. ssa Lei nella mia lettera per ribadire che conservo nei confronti della Rai, della mia Rai e delle persone con cui ho lavorato in tutti questi anni un senso di gratitudine profonda e sincera e in molti casi di autentica amicizia.

(13 giugno 2011)

18 aprile 2011
Todo cambia


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Mercedes Sosa; Todo cambia;

permalink | inviato da aprile67 il 18/4/2011 alle 12:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
5 aprile 2011
Una risata (vi - ci) seppellirà

Probabilmente mi sono perso qualche puntata. O forse no. Non mi risulta, infatti, che Palazzo Grazioli sia un palazzo dello Stato. Un luogo, insomma, in uso al nostro Governo. Un luogo, per sintetizzare, istituzionale. Mi risulta sia una dimora privata, dove abita un signore che, per il momento, ha l'onere (sull'onore avrei qualche dubbio) di rivestire la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.

Per carità, quel signore, nella sua dimora è liberissimo di ospitare chi meglio crede, di tenere riunioni connesse al suo attuale impiego. Su questo è del tutto superfluo sprecare tempo e parole. Mi chiedo, pero, cosa c'entri - in una riunione tenuta recentemente con alcuni sindaci - indossare, da parte di questi primi cittadini la fascia tricolore.

Si comprende da subito che quella riunione non aveva un carattere istituzionale, bensì squisitamente politica: un gruppo di sindaci appartenenti allo stesso schieramento politico del Presidente aveva chiesto di incontrarlo per discutere di alcune scelte (se non ricordo male connesse a questioni di abusivismo edilizio). Nulla di male, ci mancherebbe. Il Presidente del Consiglio è anche il leader del partito di maggioranza in Parlamento e, come tale, può pianificare le sue strategie politiche ove meglio crede. Ma la fascia? Un sindaco la indossa in momenti pubblici, istituzionali.

Non è questione di "lana caprina". Si sa che le democrazie hanno i loro riti e i loro simboli. E, come tali, vanno rispettati. C'è una sorta di "liturgia" del potere che - in qualche modo - è posta per far sì che sia testimoniato (nei posti e nei momenti opportuni) il senso di appartenenza ad una comunità.

Diversamente, perchè teniamo tanto al tricolore, proprio nel momento in cui stiamo celebrando (o ricordando) i 150 anni dell'Unità d'Italia?
E poi la fascia ha anche il compito di individuare - primus inter pares - chi, fra i vari convenuti ad una qualsivoglia manifestazione, ricopre la carica di primo cittadino e, quindi, rappresenta una comunità.

L'obiezione a questa riflessione è prevedibile: quanti sindaci, con la fascia e il gonfalone, hanno manifestato per le strade contro le scelte compiute da governi nazionali o regionali?
Tantissimi, indubbiamente. Ma, appunto, hanno manifestato pubblicamente, fuori dalle mura di una dimora privata, in un luogo pubblico che, in quanto tale, appartiene a tutti. Un sindaco, una giunta comunale, un consiglio comunale, sono organi democraticamente eletti che fanno delle scelte. Scelte che non necessariamente possono accontentare tutti indistintamente. Diversamente, che dialettica politica ci sarebbe?

Tuttavia, la scena di quei sindaci, con tanto di fascia tricolore, in riunione in una dimora privata dà la cifra di questo paese e della sua crisi che lo sta trascinando in un baratro vero e proprio.

Non voglio soffermarmi sulla barzelletta della mela e della pantomima messa in scena per raccontarla da parte del padrone di casa. Il solo pensiero mi pervade di un senso di tristezza. E non tanto per colui che la dice, quanto per coloro che - compiaciuti - ridono e applaudono.
Forse nel 68 non tutto era sbagliato, specialmente quando si diceva: una risata vi seppellirà.


16 agosto 2010
Se l'erba del vicino è sempre più verde
Come dice Don Abbondio, se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare. Questa massima ben si addice a gran parte della classe dirigente di questo paese. Una classe dirigente schiacciata verso il basso, appiattita nella mediocre difesa di un esistente che assomiglia sempre di più ad un incubo.

Il coraggio nel fare una scelta, nello schierarsi da una parte, nel prendere posizione, nell’essere “partigiani” è, in Italia, una vera e propria chimera. Non si vuole scontentare nessuno. Non si vogliono pestare i piedi dei cosiddetti “poteri forti”, quelli che affollano i salotti e che scientemente stanno portando alla rovina questo Stato.

La nostra è diventata la politica del sondaggio. Da quando le ricerche di mercato (quelle buone per capire se un detersivo è meglio di un altro) hanno invaso il campo dell’agire pubblico, quello stesso agire è stato corrotto dal termine “convenienza”. Quindi se mi conviene agisco in un modo, diversamente, nisba. Con buona pace di progetti e visioni lungimiranti, quelle che - appunto - avrebbe dovuto indicare la politica.

È frustrante e deprimente ricorrere all’erba del vicino, la quale – a quanto pare – è sempre più verde. In questo caso, il nostro vicino è il Presidente Obama il quale, nel momento più basso della sua presidenza (secondo quanto dicono i maghi delle statistiche), si schiera in favore della libertà religiosa e di culto, dando il proprio assenso alla costruzione di una moschea a Ground Zero, luogo non più anonimo dal famoso 11 settembre 2001.
Ovviamente, levata di scudi contro la proposta.
Ovviamente, grande passione civile, coraggio e coerenza da parte di chi, fregandosene dei sondaggi, compie scelte e si schiera dando un esempio che - ci si augura - possa essere preso ad esempio da tutti.
 
A questo proposito, mi piace, qui, riportare questo bell'articolo di Vittorio Zucconi pubblicato su Repubblica il giorno di ferragosto.
 

Una impopolare
scelta di civiltà

di VITTORIO ZUCCONI

CI VOLEVANO fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d'America sono costruiti sulla libertà di praticare "qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo".

In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della "zona Bush" e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un'economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della "triangolazione" inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l'opposto.

Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.

Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall'altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell'America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l'occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.

Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che "come cittadino e come Presidente - si noti la precedenza data alla parola cittadino - credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione". Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.

Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da "una questione strettamente locale" come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell'11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l'opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all'unanimità - evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo - una mozione per bloccare il "Centro Cordoba", come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.

Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'"iftar", il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l'erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson duecentoventi anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s'intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l'intolleranza e l'odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. "Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l'America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo".

Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa "città sulla collina" che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un'America pre 11 settembre 2001 e un'America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al "dopo". Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin ("una provocazione" ha chiamato quel centro islamico), domandano "perché una moschea proprio lì" e coloro che, come Obama, chiedono: "Perché non lì?" visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.

Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l'accusa di fare molto "simbolismo", come fu il celebre discorso all'Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime "collaterali", cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di "sacrilegio".

E l'economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s'inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell'America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari.
(15 agosto 2010)
DIARI
9 luglio 2010
I miracoli di Internet

Non è più un ente soprannaturale a compiere i miracoli, bensì Internet. Accade, come qui riportato, che sul computer del cardinale di Bruxelles si materializzi la foto di una bambina nuda.
Ora, è chiaro che non è stato il porporato a navigare nel mare magnum della rete e ad incappare in qualche sito non proprio rispondente alla missione evangelizzatrice. Tra l'altro, la foto sarebbe un cosiddetto file temporaneo, uno di quelli che si caricano in automatico. Sono certo che questo "incidente" non sia dettato da morbosa curiosità, bensì dalla volontà di stanare il demonio che si annida nella rete.
Incauta, quindi, quella toga (rossa, ovviamente!) che sta indagando sui preti pedofili in Belgio. Per lui si prospetta la scomunica "laica": la rimozione dalle indagini. Vade retro, Satana!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Pedofilia; Chiesa Belga;

permalink | inviato da aprile67 il 9/7/2010 alle 11:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
23 giugno 2010
Bicchiere mezzo pieno

A Pomigliano d’Arco ha vinto il sì all’accordo con la Fiat. Se n’era già parlato, di questa intesa, definendola per quella che è: una corda al collo.
Se nel deserto rischio di morire di sete, è chiaro che un bicchiere d’acqua lo pagherei a peso d’oro, senza batter ciglio. Pena la mia morte.
Fiat, con la complicità di altre due sigle sindacali, si è comportata allo stesso modo. O vi sta bene, oppure si va in Polonia, ha tuonato il vertice della casa automobilistica torinese. Lì il lavoro costa meno e i Polacchi sono meno rompi*** di voi Italiani, così abituati alle garanzie e ai diritti.
È un notevole salto, per la classe operaia (sì, rispolveriamolo questo termine, allo stesso modo di compagno). Un salto all’indietro, però. Questo accordo, se non sarà dichiarato incostituzionale (e mica finisce qui, la partita) costituirà un pesante precedente che metterà in crisi tutto un sistema di relazioni industriali fin qui faticosamente costruito.
Ma (c’è sempre un ma) vogliamo vedere le cose con la logica del “bicchiere mezzo pieno”. Al voto ha partecipato il 95% degli operai. Di questi, il 36% ha detto no contro il 62,2% di sì. Ha vinto la Fiat. Ha vinto la linea-dura. Ma non è stato un plebiscito. 36 persone su 100 hanno detto di no. Si sono opposti. Sono tutti sazi e con la pancia piena? Sono tutti ricchi che andavano in Fiat per arrotondare lo stipendio? O sono, invece, persone, uomini e donne che non barattano con niente e con nessuno i loro diritti, che vanno (scusate se qui riprendo un’espressione assai utilizzata) in direzione ostinata e contraria, controvento?
Magra consolazione, si dirà. Verissimo. Bisogna davvero conoscere le storie di quanti hanno dato il loro assenso. Di come si sia arrivati a costruire questo consenso. Se siamo nel deserto, è da folli rifiutare un bicchiere d’acqua. Ma altrettanto folle è la logica di chi te lo offre con un simile ricatto. Il piano della discussione è del tutto sfalsato. Drogato. Compromesso da un elemento che disturba il confronto, in quanto si fa carta straccia di ogni regola che fin’ora le parti (impresa e organizzazioni sindacali) si erano date per rimanere entro un recinto normativo.
Qui siamo andati completamente al di fuori. Volgarmente, la si è fatta fuori dal vaso. E a pagare, come sempre accade, è il soggetto più debole che, paradossalmente, lavora per rendere più forte il forte.
sfoglia
luglio