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... in direzione ostinata e contraria....(Fabrizio De Andrè)
POLITICA
20 marzo 2013
Il senso delle parole

Quando alle parole seguono i fatti è sempre positivo. 
In questo caso, non so se i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Piero Grasso, abbiano, in campagna elettorale, pronunciato parole relative al taglio degli emolumenti e alla sobrietà che dovrebbe contraddistinguere i massimi rappresentanti delle Istituzioni. Probabilmente, sì. D'altronde, è indubitabile che dopo anni di "dagli alla casta" (anche per evidenti e ineludibili responsabilità della Casta), questo leit-motiv abbia contagiato anche i più improbabili attori della scena politica.
Importante, però, è stata la decisione assunta di procedere ad una riduzione degli stipendi, a cominciare da loro stessi.
In quanto massimi rappresentanti delle Camere che presiedono, sono loro che devono dar l'esempio e avviare una stagione nuova. E così è stato. Altri intendimenti sono stati annunciati: riduzione per tutti coloro che rivestono cariche all'interno del Parlamento; riduzione delle segreterie particolari; attività lavorativa dal lunedì al venerdì (come avviene in pressoché tutti gli uffici pubblici), etc.
Insomma, un vento nuovo, che anticipa, di solo qualche giorno l'imminente primavera. Sarà una primavera anche per la politica italiana.
I malevoli hanno già detto che sono misure insufficienti e che, intanto, questa legislatura durerà poco. Inseguendo la logica del bicchiere mezzo vuoto e del disfattismo, si cerca (e si ottiene), nell'immediato, scagliare una pietra nello stagno e far sì che i cerchi concentrici che ne vengono prodotti, aumentino un senso di confusione e pessimismo.
Probabilmente, il bicchiere non è ancora mezzo pieno. Tuttavia, il gesto c'è. Ed è su questo che bisogna, credo, riflettere.
Una volta tanto, la politica mantiene fede a promesse fatte. Una volta tanto, la politica è capace di ascoltare la voce che si leva da un Paese disincantato, frammentato, pervaso da una voglia di mandare tutto all'aria.
Un plauso, quindi, a Boldrini e Grasso, che hanno inaugurato uno stile sobrio (bellissimo, ieri sera, a Ballarò, il collegamento in cui erano entrambi presenti: cosa mai vista prima d'ora!), concreto e trasparente.
Non sono scesi in campo dall'Olimpo dorato per salvare il Paese, ma sono saliti in Politica per portare la loro competenza al servizio delle Istituzioni. Bene così, dunque. E che questi siano solo i primi passi verso una Politica che riconquisti il proprio senso.

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POLITICA
1 giugno 2011
L'ottimismo dell'intelligenza

Da "La Repubblica" di oggi, copio e incollo questo bell'articolo di Barbara Spinelli. Un'analisi lucida su quanto sta accadendo in questo nostro Paese, anche all'indomani dell'importante risultato delle elezioni amministrative. 

SE NON ci fossero state persone come Giuliano Pisapia e Luigi de Magistris, nelle due città malate d'Italia che sono Milano e Napoli, probabilmente non avremmo assistito in diretta alle fine politica di Berlusconi e della sua inaudita magia. Molti elementi hanno contato, e tra questi sicuramente la coalizione divenuta un garbuglio, la cocciuta scommessa di Gianfranco Fini su una nuova destra legalitaria, la smisurata insipienza di un premier che s'aggrappa follemente a Barack Obama come Michele Sindona s'aggrappò negli anni '70 agli amici americani.

Ma il vento più impetuoso viene da altrove, viene da dentro gli animi, è una forza che ha travolto tutti i copioni consueti. Eravamo abituati a dire, con Gramsci, che quel che urge è il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. Non è vero. Quel che ha vinto, a Milano e Napoli, è l'ottimismo della ragione: lo sguardo chiaro, veggente, sui tanti segnali degli ultimi anni. Il non possumus di Fini, le onde viola, la manifestazione delle donne il 13 febbraio, irradiatasi da Internet come virus ("Bastava non votarlo", diceva un cartello: è stato preso sul serio). Qualche giorno dopo, al festival di San Remo, il televoto scelse Roberto Vecchioni e anche quello fu un segno.

Alle nostre spalle, ci sono tanti sassolini bianchi che hanno finito col mostrare la via, come nella fiaba di Grimm. Li abbiamo messi noi, cittadini-elettori. Il castello che sembrava granitico, è il popolo sovrano che l'abbatte; lo stesso popolo che il premier
usa per affermare un potere illimitato. Un'immensa e tranquilla fiducia di potercela fare, un'intelligenza-conoscenza dell'Italia reale, una voglia di provare alleanze interamente centrate sull'etica pubblica e la legalità, un'estraneità profonda ai partiti dell'opposizione, alle loro élite: questi gli ingredienti che hanno fatto lievitare il pane che abbiamo mangiato lunedì. E il senso che sì, più di Gramsci valeva Pessoa: "Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola". Chi ha ottimismo della volontà, lasciando che la ragione si deprima e inebetisca, altro non gli resta che la volontà di potenza.

L'ottimismo dell'intelligenza apre lo sguardo ai segni  -  rendendo visibile l'invisibile  -  entra in sintonia con le mutazioni di una società, resuscita parole diradatesi per malinconia. È possibile ricostruire una Milano accogliente, capitale morale. È possibile strappare il Sud a mafia, 'ndrangheta, camorra, corona unita, cominciando dalla città-Babilonia che è Napoli. Non ci fa paura la paura. Luigi Bersani ha avuto la saggezza (dopo due sconfitte dei candidati Pd: alle primarie milanesi e nel primo turno a Napoli) di presentire che questa primavera italiana lui doveva assecondarla, aiutarla. Come scrive nel suo blog Pietro Ancona, già segretario della Cgil, Bersani s'è mostrato capace di buon senso: "Ha preferito vincere senza essere il protagonista principale, piuttosto che perdere essendolo". Anche questo è ottimismo dell'intelligenza.

Non siamo più invischiati in un Pd che corre da solo, che fa cadere Prodi presumendo di liberarsi della zavorra di Antonio Di Pietro o della sinistra radicale. Che per anni ha avuto come scopo essenziale quello di esser battezzato "riformista" dal finto sacerdote Berlusconi. Pisapia, Vendola, De Magistris guardano al potere senza più complessi: aspirano a prenderlo, con fiducia in sé, nel proprio ragionare, negli elettori. Gli stessi vizi della sinistra radicale (la riluttanza a governare, a pagare il prezzo che questo comporta) si fanno obsoleti e inutili. Crederci, non crederci: questo era il dilemma, se parafrasiamo Amleto. "Se sia più nobile sopportare gli oltraggi, i sassi, i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli". Sulla bilancia è stata la forza trasformatrice della verità a pesare: forza malinconica forse  -  disvelatrice di fatti e misfatti  -  ma non pessimista. I veri giustizialisti sono stati in questi anni coloro che più esecravano i magistrati. Fino a quando non si è condannati in terzo grado, tutto è permesso: gli insulti, le più immorali condotte pubbliche. Gli elettori delle amministrative restituiscono alla politica la sua vera ambizione: quella di agire e correggersi prima che intervenga il magistrato. Quella di non contar frottole, quando la crisi infuria.

C'è infine la crisi, che cambia il vento: un po' come in America quando vinse Obama. I candidati dell'opposizione non si sono accontentati più di dire: "Noi italiani siamo fatti così, c'è poco da fare". C'è invece, a cominciare da sé. Basta legger con cura i dati Istat sull'economia che barcolla, e la chimera dell'Italia immunizzata evapora. Basta scoprire come l'economia di intere regioni stagni, perché pervasa dall'illegalità, dallo sprezzo dello Stato. È molto significativo che a Napoli sia un uomo di legge ("malato di protagonismo", dicevano le sinistre fino a poco tempo fa) ad aver conquistato uno straordinario 65,4 per cento. Tutto quello che sappiamo dei disastri economici causati dalle mafie, o del peso ricattatorio esercitato a Napoli e Roma da persone come Cosentino, gli ottimisti dell'intelligenza l'hanno appreso da indagini giudiziarie preziose. I magistrati sono per Berlusconi brigatisti, cancri, uomini antropologicamente diversi. Ora è antropologicamente diversa gran parte d'Italia. Sarà interessante vedere se anch'essa sarà insultata: come la Consulta, la Costituzione, il Quirinale, la magistratura, l'informazione indipendente.

Nel berlusconiano impero dei segni, tanti s'erano installati: vassalli riottosi, ma pur sempre vassalli. Anche il Pd, quando faceva mancare i propri voti alla Camera; anche Casini, quando approvava la legge liberticida sul fine vita. Scoraggiamento e pessimismo li inchiodavano dov'erano. Un'altra Italia ha fatto scoppiare la bolla dei segni, con la spilla dei buoni argomenti, la mitezza dei candidati, anche con lo scherno: c'è stato un momento, fra i due turni, in cui ha fatto irruzione l'ironia e il banco di Berlusconi è saltato. È stato quando un utente twitter ha lanciato un appello alla Moratti: "Il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa! Sindaco rispondi!". Al che il sindaco: "Nessuna tolleranza per le moschee abusive!". Era una bufala, né Sucate né Puppa esistono. Così come non esistono l'Italia berlusconiana, gli annunci miracolosi del premier. Un'esilarante fandonia ha scacciato la fandonia sempre meno allegra, sempre più cupa, del leader.

Prima o poi la ribellione doveva venire, connettersi al mondo reale. Un mondo dove i giovani, stando all'Istat, sono derubati di futuro: con tassi di disoccupazione superiori di 3,7 punti rispetto alla media europea; con un'emigrazione all'estero in aumento, perché il merito da noi non conta più. Quasi la metà dei giovani occupati è precaria. Quasi un quarto è Neet (acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training). Ora si tratta di vedere cosa l'opposizione farà: come costruirà, dopo aver distrutto. Come si mobiliterà per il referendum su acqua, legittimo impedimento (legalità), nucleare. È un'impresa colossale, dopo anni di crisi negata. Il 24 maggio, la Corte dei Conti ha ammonito: per raggiungere un rapporto fra debito pubblico e Pil pari al 60% (per evitare la bancarotta greca, come chiesto dall'Europa), l'Italia dovrà ridurre il debito del 3% all'anno, pari oggi a circa 46 miliardi.

Per Berlusconi, è missione impossibile: a causa del governo infermo, e del populismo. Ma sinistra e altri oppositori ne sono capaci, dopo aver sostenuto in questi anni che Prodi cadde per colpa del rigore? Sono capaci di dire che le tasse non vanno diminuite, che nell'economia-mondo la crescita sarà debole, i sacrifici non comprimibili, l'equità tanto più indispensabile? La strada è impervia. Ma l'Italia forse ascolta oggi parole di verità, se chi le dice avrà l'ottimismo dell'intelligenza, oltre a quello della volontà.

(01 giugno 2011)

POLITICA
7 maggio 2011
Osama, le tre violazioni americane

 

Da "La Repubblica" del 6 maggio 2011, copio e incollo questo illuminante articolo di Antonio Cassese che sottoscrivo parola per parola. 
 

Mi duole dirlo perché, come molti lettori di Repubblica, ritengo che gli Stati Uniti siano una grande democrazia dotata di alcune ottime istituzioni e che molti politici e intellettuali statunitensi abbiano tanto da insegnarci, a noi europei. Mi duole dirlo, ma l' uccisione di Bin Laden ha costituito una seria violazione di almeno due di tre principi etico-giuridici fondamentali.
Anzitutto, informazioni iniziali intorno a un suo "corriere" sono state acquisite attraverso la tortura, autorizzata ufficialmente e mai condannata, neanche ai più alti vertici degli Usa. La norma che vieta la tortura e non la giustifica mai, dico mai, è diventata un "principio costituzionale" della comunità internazionale, e a nessuno dovrebbe essere consentito di infrangerla
 senza essere debitamente processato e punito. Stranamente Panetta, l'attuale capo della Cia e prossimo Segretario alla Difesa, nel 2008 condannò la tortura osservando che non può essere giustificata da ragioni di sicurezza nazionale. Poi nel febbraio 2009, davanti al Senato, affermò che l' annegamento simulato (waterboarding) era sì illegale ma, se egli fosse stato nominato capo della Cia, non avrebbe punito coloro che lo avessero commesso. Stupefacente! La tortura rimane illegittima anche nei casi in cui essa consente di ottenere utili informazioni. Chi ha torturato va punito anche in questi casi, per riaffermare il valore supremo di quel divieto.

La seconda violazione è consistita nel compiere una operazione militare in territorio pakistano senza il consenso di quello Stato. In una parola, è stata violata la sovranità del Pakistan. Ma qui Obama può invocare importanti esimenti. Islamabad aveva l'obbligo nei confronti di tutta la comunità internazionale di reprimere il terrorismo e non lo ha fatto. Questo obbligo era rafforzato da quello assunto bilateralmente nei confronti degli Usa di ricercare e arrestare Bin Laden, obbligo che aveva come "corrispettivo" la consegna statunitense al Pakistan di un miliardo di dollari l'anno. Nell'omettere platealmente e per molti annidi adempiere quell'obbligo il Pakistan ha in un certo senso legittimato una "azione sostitutiva". Il raid statunitense può essere equiparato, per certi aspetti, a quelle operazioni di salvataggio dei propri cittadini, tipo Congo (intervento dei belgi nel 1960) o Entebbe (intervento israeliano nel 1976), che sono state ritenute legittime in passato.

La terza violazione è quella di un principio fondamentale di civiltà giuridica. Uno Stato democratico non può trasformarsi in assassino, tranne che in due casi. Anzitutto nell'ipotesi di violenza bellica in atto. Ma tra gli Usa e Al Qaeda non c'è guerra, né internazionale né civile; l'azione statunitense contro le reti terroristiche di Al Qaeda è solo azione di polizia che, se intende dispiegarsi a livello internazionale, ha bisogno della cooperazione delle forze dell'ordine degli altri Stati, gli Usa non essendo un gendarme planetario. Del resto, anche in una guerra internazionale il nemico può essere ucciso solo in campo di battaglia, non a casa sua, tranne che si difenda con le armi, sparando e uccidendo; se sorpreso inerme nella sua dimora, va catturato e, se autore di crimini di guerra, processato. L'altro caso in cui lo Stato può uccidere legalmente è quando deve far eseguire con la forza ordini legittimi contro persone che deliberatamente si sottraggono all'arresto (ad esempio, si può uccidere un rapinatore che tenta di scappare sparando contro i poliziotti che cercano di catturarlo). Se uno Stato accusa uno straniero di crimini gravissimi, lo arresta (o la fa arrestare all'estero dalle autorità del luogo) e lo processa. Nel caso di Bin Laden tutto lascia pensare che l'ordine fosse di ucciderlo: era disarmato; ha opposto qualche resistenza facilmente superabile da uomini armati fino ai denti. Qui i principi etico-giuridici sono chiari. Averli trasgrediti è grave.

Mettetevi però nei panni di Obama: egli sapeva che un processo, davanti a un tribunale statunitense o internazionale, sarebbe durato per lo meno due anni (fra istruttoria, dibattimento e sentenza), con Bin Laden detenuto. Obama deve aver pensato agli innumerevoli atti terroristici che Al Qaeda avrebbe scatenato nel mondo, durante il processo. E poi: dove detenere Bin Laden, a Guantànamo, che si cerca di chiudere al più presto possibile, o in un carcere in territorio statunitense, dove nessuna delle autorità statali lo prenderebbe, per ragioni di ordine pubblico? E come evitare che Bin Laden trasformasse l'aula giudiziaria in una tribuna politica, come hanno fatto Milosevic e Karadzic all'Aja? Un processo avrebbe anche portato alla luce le collusioni della Cia con Bin Laden ai tempi dell'invasione russa dell'Afghanistan, non ché gli ambigui rapporti della Cia con l'ex capo dei servizi segreti sudanesi, Sala Gosh, per un tempo protettore di Bin Laden in Sudan. Si sarebbe trattato inoltre di un processo nel quale la presunzione di innocenza di cui avrebbe dovuto godere l'accusato sarebbe stata minima e lo sbocco finale scontato. Obama ha così optato per l'opportunità politica contro valori morali e giuridici. Il che non giustifica affatto la sua decisione, ma permette di comprenderne le motivazioni. Resta il fatto che ancora una volta la Realpolitik ha battuto l'etica ed il diritto.

Il blitz ad Abbottabad solleva un problema più generale. Negli Usa, le autorità di polizia non procederebbero mai alla tortura, perché è vietata, e inoltre ogni prova ottenuta con quei metodi non avrebbe alcun valore in un processo. Inoltre l'uso di armi letali da parte delle forze dell'ordine è strettamente regolato, e lo "stato di diritto" esige che non si possano commettere "esecuzioni extragiudiziali". Tutte queste protezioni valgono per cittadini statunitensi o per gli stranieri che abbiano commesso un reato contro un cittadino Usa. Ma dal 2011 gli Usa hanno creato un limbo sia giuridico sia territoriale (Guantànamo) per presunti terroristi stranieri, tra l'altro ammettendo la tortura. Ed ora di fatto ammettono anche le "esecuzioni extragiudiziali" con blitz all'estero. Bisogna dunque chiedersi se gli Usa ritengano che la "supremazia del diritto" valga solo al loro interno, mentre perde ogni valore nel campo delle relazioni internazionali. Se così fosse, dovremmo seriamente preoccuparci per le prossime mosse della Superpotenza planetaria, oggi ancora guidata da un uomo che, almeno a parole, dice di credere nel diritto e nella giustizia.

politica estera
2 maggio 2011
Venghino siore e siori....

Sui siti internet dei maggiori organi di stampa capeggia la notizia che farà discutere ad ogni latitudine del globo: Osama Bin Laden è stato ucciso. Il tutto condito con video, foto e quant'altro sia utile all'esibizione del circo dell'orrore.

Trovo agghiaccianti le parole pronuciate dal Presidente USA, Barack Obama "giustizia è fatta". Complimenti al premio nobel per la pace, che guarda a questa uccisione come al compimento della giustizia. Con buona pace del diritto che - nel corso dei secoli - ha superato l'antica legge del taglione.
E' stato ucciso un terrorista che si sarà macchiato di crimini atroci ma ciò non può far recedere nessuno dalla convinzione che persino il più efferato dei criminali debba essere giudicato da un tribunale e secondo quelle che sono le norme a base del codice penale.

L'uccisione di un uomo è sempre un passo indietro in quei sentieri che la civiltà dovrebbe spianare per favorirne l'accesso.

Non posso unirmi al coro dei tanti che oggi stappano bottiglie e brindano all'assassinio di Bin Laden. Tutt'altro. Oggi è una pagina nera, nerissima, se penso che le parole pronunciate da Obama, sono state dette proprio da quella persona che - quando eletta - rappresentava la realizzazione di un sogno, di un'utopia.

In questo momento mi vengono a monito - come spesso accade - le parole di De Andrè, quando diceva che "bisogna farne di strada per diventare così coglioni, da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni". Come dargli torto?

POLITICA
7 aprile 2011
All'arme, Allarme

La notizia secondo cui 4 senatori (3 del pdl e 1 di fli) hanno presentato una proposta di riforma della Costituzione nella parte in cui verrebbe cancellata la disposizione che vieta la ricostituzione del partito fascista, non mi meraviglia più di tanto.

Diciamo che i 4 (e non sono quelli dell'oca selvaggia) se avessero voluto, avrebbero potuto presentarla a ridosso di ferragosto, così nessuno - preso dalla calura estiva - ci avrebbe fatto caso. Quindi i predetti hanno peccato di ingenuità.

In un paese normale, una notizia del genere avrebbe dovuto occupare le prime pagine dei giornali e sulla questione ci si sarebbe aspettati (specie dall'opposizione) una fortissima denuncia e una più che vibrata protesta. Invece il tutto è stato declassificato a notizia (quasi) di mera cronaca politico-parlamentare, da confonderla, magari con le proposte più strampalate che i (nostri?) rappresentanti del popolo formulano nelle due camere del Parlamento.

Piano piano, in questa situazione pressochè narcotizzata, sta passando tutto. Ma proprio tutto. Senza fare l'ennesimo elenco, non mi soffermo sulla miriade di questioni serie - molto serie - che attanagliano l'Italia. Questione sulle quali la classe politica sembra limitarsi ad un chiacchiericcio che nulla risolve ma molto aggrava. E invece, si rivolge lo sguardo altrove. C'è nostalgia dei "bei tempi" che furono, del "si stava meglio quando si stava peggio" e amenità del genere. Si vive il presente in funzione del passato e non ci si degna di guardare il futuro. Forse perchè - se si strabuzzassero gli occhi - ci apparirebbe una desolazione dalla quale si vuol fuggire. Un pò come quando ascoltiamo una vecchia canzone che ci riporta a periodi che non torneranno ma nei quali ci si trovava bene.

I nostri 4 fascistelli che occupano uno scranno ciascuno nel palazzo del potere, li immagino la mattina a farsi la doccia o a radersi al suono di "giovinezza", sorseggiare un caffè con in mente le parole del duce, e salutarsi, ovviamente, al grido di "eia eia alalà", con tanto di saluto romano d'occasione.

Si stigmatizza. Si dice che il bello della democrazia sia anche il fatto che essa dà la possibilità a gente come questi 4 di formulare proposte che con la democrazia stanno come i famosi cavoli a merenda. Penso che tali signori, insieme al gentile deputato che ha insultato rozzamente la parlamentare disabile (se n'è parlato ampiamente, in questi ultimi giorni), debbano semplicemente essere cacciati dai luoghi dove si esercita la democrazia indiretta. E questa volta, senza appello.

Voglio chiudere con un grande poeta, Bertolt Brecht che, profeticamente, ha scritto queste parole.


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei

e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare.


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POLITICA
24 agosto 2010
Coerenze...
 



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POLITICA
24 agosto 2010
Vai in Africa, Celestino!

In una lettera al Corriere della Sera (e non agli Italiani, perchè, fortunatamente, non tutti leggono quel giornale), Walter "Celestino" Veltroni pontifica su ciò che l'Italia è diventata e su ciò che egli farebbe.
Lo scritto è un'accozzaglia di luoghi comuni e banalità, di buoni propositi e scenari futuri che dovrebbero "incantare" tutti noi, annichiliti dal berlusconismo imperante.
Comincia male, però, il nostro mancato presidente del consiglio, quando dice che 14 milioni di persone, due anni fa, hanno votato il simbolo che conteneva il suo nome come candidato alla carica di premier. Comincia male, perchè è proprio quel berlusconismo che lui critica, ad aver introdotto nella politica italiana la logica del partito del leader(con buona pace della Costituzione che affida al Capo dello Stato la nomina del Presidente del Consiglio), la logica del partito del presidente, americanizzando, di fatto, la politica e riducendo i partiti a meri comitati elettorali con tutto ciò che questo comporta.
L'aver inseguito Berlusconi sul suo stesso terreno è stata una delle più grandi sciagure che possa mai aver compiuto la sinistra italiana.
Ma, detto questo, c'è da chiedersi dove fosse Walter Veltroni negli anni in cui lui stesso è stato vice presidente del Consiglio, in cui il centro-sinistra è stato alla guida di questo paese.
Non si invochino, per carità, i ricatti provenienti ora da Bertinotti, ora da Mastella. Non si invochino, per carità, i numeri risicati in Parlamento.
Si affronti con serietà il mancato rispetto di un programma per il quale milioni di Italiani avevano espresso il consenso; la balbuzie di fronte ai poteri forti, quelli che - governante il centro-sinistra - hanno comunque mantenuto il loro posto ben saldo nella stanza dei bottoni; la mancanza di coraggio per affrontare con determinazione e decisione le riforme e le innumerevoli storture di un paese che ha perso la voglia di volare alto.
Dice, Veltroni, di essersi messo da parte, all'indomani della sconfitta. Ci credo poco. Per me, mettersi da parte è fare totalmente altro. Cambiare mestiere. Nessuno lo ha fatto. Anzi. Sono tutti lì, insieme, appassionatamente. Un risultato lo hanno raggiunto: quello di aver deluso e demotivato quei tanti militanti ed elettori che - con generosità - si sono spesi perchè loro potessero cambiare le cose.
E si cambia se si è credibili, se si è coerenti anche con sè stessi. Veltroni promise di andare in Africa. De Gregori gli dedicò una canzone in cui un verso diceva, appunto, "Vai in Africa, Celestino!". E' ancora qui, a parlarci del niente.


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politica interna
26 gennaio 2009
Continuiamo così... facciamoci del male...


In principio era il PCI (nato nel 1921 da una scissione all’interno del Partito Socialista). Poi ci fu il PDS che nacque 70 anni dopo non senza strappi: l’ala della sinistra se ne andò dando vita a Rifondazione Comunista. Rancori personali. Liti. Da Rifondazione Comunista, diventato, nel frattempo, partito di governo, è nato il PDCI (Partito dei Comunisti Italiani), in rotta con la linea seguita da Rifondazione nell’aver messo in crisi il governo Prodi determinandone la caduta. E anche qui, liti furibonde. Saluti tolti. Rancori personali. Tutti nel nome di una forte identità, a discapito della – a gran voce invocata dalla cosiddetta “base” – unità. La navigazione di Rifondazione non è stata tranquilla: diverse correnti al suo interno. I più comunisti dei comunisti. Più correnti che iscritti. Non se la passa bene neanche il PDS, diventato, nel frattempo DS, che, con La Margherita, ha dato vita al PD e aperto la porta (in uscita, ovviamente) ai fondatori di SD, Sinistra Democratica. Oggi un’altra notizia. Da Rifondazione Comunista, madre generosa, un’altra scissione: RPS (sembra quasi la sigla di un’emittente radiofonica). A guidare il progetto, Nichi Vendola intelligentissimo e coltissimo presidente della Regione Puglia. E intanto la gente continua ad invocare unità. A voce sempre più bassa, ormai. Inascoltata, si nasconde e se ne va in aspettativa da questa politica sempre più distante. Cos’è oggi sinistra? Domanda oziosa e retorica. Sto alla finestra e sto a guardare. Ogni tanto, mi consolo con Nanni Moretti…

politica estera
21 gennaio 2009
Ora ricostruiamo l'America

E' stato emozionante. Intenso. Il discorso di insediamento di Barack Obama - che qui riporto a futura memoria - è un discorso che va dritto al cuore della gente.
Affronta i problemi e non li nasconde sotto il tappeto. Con la testa alta, l'America si è data un presidente in totale discontinuità con la presidenza Bush. E tanto è vicina quell'esperienza disastrosa, quanto sembra, oggi, così lontana. Non sarà semplice. Tutt'altro. E dalle parole, oggi, Obama dovrà passare all'azione, ai fatti. Le premesse ci sono tutte. E' una strada impervia, minata. Ma la sicurezza, la caparbietà e la determinazione di quest'uomo - sono sicuro - saranno determinanti.
L'America - oggi lo si può dire veramente e a voce alta - è un paese che ha avuto il coraggio di cambiare. Fino in fondo. A 47 anni un uomo di colore diventa il Presidente degli Stati Uniti d'America. Impensabile fino a qualche decennio fa. Ma quel sogno collettivo, ora è diventata una splendida realtà. Realtà che impone un immediato confronto con il nostro orticello, dove le più alte cariche dello Stato rappresentano una gerontocrazia che toglie e frustra ogni speranza. Nulla aggiungo sull'assenza di un membro del governo alla cerimonia di insediamento. 
Se "l'erba del vicino è sempre più verde", come non pensare che da noi è tutto arido e secco? Per non perdere fiducia nel futuro, volgo lo sguardo altrove, oltreconfine, e mi dico che forse non tutto è perduto.



di BARACK OBAMA


OGGI mi trovo di fronte a voi, umile per il compito che ci aspetta, grato per la fiducia che mi avete accordato, cosciente dei sacrifici compiuti dai nostri avi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio reso alla nostra nazione, e per la generosità e la cooperazione che ha mostrato durante questa transizione.
Quarantaquattro americani hanno pronunciato il giuramento presidenziale. Queste parole sono risuonate in tempi di alte maree di prosperità e di calme acque di pace. Ma spesso il giuramento è stato pronunciato nel mezzo di nubi tempestose e di uragani violenti. In quei momenti, l'America è andata avanti non solo grazie alla bravura o alla capacità visionaria di coloro che ricoprivano gli incarichi più alti, ma grazie al fatto che Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati e alle nostre carte fondamentali.
Così è stato finora. Così deve essere per questa generazione di americani.
E' ormai ben chiaro che ci troviamo nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e di odio che arriva lontano. La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C'è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite. Il nostro servizio sanitario è troppo costoso. Le nostre scuole perdono troppi giovani. E ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.
Questi sono gli indicatori della crisi, soggetti ad analisi statistiche e dati. Meno misurabile ma non meno profonda invece è la perdita di fiducia che attraversa la nostra terra - un timore fastidioso che il declino americano sia inevitabile e la prossima generazione debba avere aspettative più basse.
Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono numerose. Affrontarle non sarà cosa facile né rapida. Ma America, sappilo: le affronteremo.
Oggi siamo riuniti qui perché abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l'unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia.
Oggi siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.
Siamo ancora una nazione giovane, ma - come dicono le Scritture - è arrivato il momento di mettere da parte gli infantilismi. E' venuto il momento di riaffermare il nostro spirito tenace, di scegliere la nostra storia migliore, di portare avanti quel dono prezioso, l'idea nobile, passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza.
Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, ci rendiamo conto che la grandezza non è mai scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie, non ci siamo mai accontentati. Non è mai stato un sentiero per incerti, per quelli che preferiscono il divertimento al lavoro, o che cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.
Sono stati invece coloro che hanno saputo osare, che hanno agito, coloro che hanno creato cose - alcuni celebrati, ma più spesso uomini e donne rimasti oscuri nel loro lavoro, che hanno portato avanti il lungo, accidentato cammino verso la prosperità e la libertà.
Per noi, hanno messo in valigia quel poco che possedevano e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita.
Per noi, hanno faticato in aziende che li sfruttavano e si sono stabiliti nell'Ovest. Hanno sopportato la frusta e arato la terra dura.
Per noi, hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; in Normandia e a Khe Sahn.
Questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato finché le loro mani sono diventate ruvide per permettere a noi di vivere una vita migliore. Hanno visto nell'America qualcosa di più grande che una somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita, censo o fazione.
Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo la nazione più prospera, più potente della Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi rispetto a quando è cominciata la crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari di quanto lo fossero la settimana scorsa, o il mese scorso o l'anno scorso. Le nostre capacità rimangono inalterate. Ma è di certo passato il tempo dell'immobilismo, della protezione di interessi ristretti e del rinvio di decisioni spiacevoli. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, toglierci di dosso la polvere, e ricominciare il lavoro della ricostruzione dell'America.
Perché ovunque volgiamo lo sguardo, c'è lavoro da fare. Lo stato dell'economia richiede un'azione, forte e rapida, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita.
Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci legano gli uni agli altri. Restituiremo alla scienza il suo giusto posto e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da risollevare la qualità dell'assistenza sanitaria e abbassarne i costi.
Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.
E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo.
Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni - pensando che il nostro sistema non può tollerare troppi grandi progetti. Costoro hanno corta memoria. Perché dimenticano quel che questo paese ha già fatto. Quel che uomini e donne possono ottenere quando l'immaginazione si unisce alla volontà comune, e la necessità al coraggio.
Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. Laddove la risposta sia positiva, noi intendiamo andare avanti. Dove sia negativa, metteremo fine a quelle politiche. E coloro che gestiscono i soldi della collettività saranno chiamati a risponderne, affinché spendano in modo saggio, riformino le cattive abitudini, e facciano i loro affari alla luce del sole - perché solo allora potremo restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo.
La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall'ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.
Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l'autorità della legge e i diritti dell'individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e noi non vi rinunceremo in nome di qualche espediente. E così, per tutti i popoli e i governi che ci guardano oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta.
Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno.
Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.
Perché noi sappiamo che il nostro retaggio "a patchwork" è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l'amaro sapore della Guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell'oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odi prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l'America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.
Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull'Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno.
Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l'indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso.
Se consideriamo la strada che si apre davanti a noi, noi dobbiamo ricordare con umile gratitudine quegli americani coraggiosi che, proprio in queste ore, controllano lontani deserti e montagne. Essi hanno qualcosa da dirci oggi, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington mormorano attraverso il tempo. Noi li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché essi incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare significato in qualcosa più grande di loro. In questo momento - un momento che definirà una generazione - è precisamente questo lo spirito che deve abitare in tutti noi.
Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E' la gentilezza nell'accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E' il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino.
Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - tutto questo è vecchio. Sono cose vere. Sono state la forza tranquilla del progresso nel corso di tutta la nostra storia. Quel che è necessario ora è un ritorno a queste verità. Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità - il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile.
Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.
Questa è la fonte della nostra fiducia - la consapevolezza che Dio ci ha chiamato a forgiare un destino incerto.
Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti.
Perciò diamo a questa giornata il segno della memoria, di chi siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Nell'anno in cui l'America è nata, nel più freddo dei mesi, una piccola banda di patrioti rannicchiati intorno a falò morenti sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui l'esito della nostra rivoluzione era in dubbio come non mai, il padre della nostra nazione ordinò che si leggessero queste parole al popolo:
"Che si dica al futuro del mondo... che nel profondo dell'inverno, quando possono sopravvivere solo la speranza e la virtù... Che la città e la campagna, allarmate da un pericolo comune, si sono unite per affrontarlo".
America. Di fronte ai nostri pericoli comuni, in questo inverno dei nostri stenti, ricordiamo queste parole senza tempo. Con speranza e virtù, affrontiamo con coraggio le correnti ghiacciate, e sopportiamo quel che le tempeste ci porteranno. Facciamo sì che i figli dei nostri figli dicano che quando siamo stati messi alla prova non abbiamo permesso che questo viaggio finisse, che non abbiamo voltato le spalle e non siamo caduti. E con gli occhi fissi sull'orizzonte e la grazia di Dio su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l'abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.

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permalink | inviato da aprile67 il 21/1/2009 alle 9:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
SOCIETA'
30 luglio 2007
Il triangolo no!


Non è tanto la figuraccia dell'on. Mele a farmi riflettere. Nè, tanto meno, il suo dover confessare la sua notte brava a moglie e figli che, magari, immaginavano il loro congiunto alle prese con le estenuanti votazioni di commi e articoli, indaffarato a combattere il governo comunista in nome dell'identità cristiana.
Ciò che mi intristisce è quest'ennesimo esempio - tutto italico - che affonda le sue radici nel detto "fate ciò che dico, ma non fate ciò che faccio" o nei famosi "vizi privati e pubbliche virtù". Sembra un film già visto. La classica commediola di quarta serie che, il più delle volte, viene utilizzata per dipingere questo nostro meraviglioso paese.
Mele - strenuo difensore dell'identità cristiana - ci dice cosa dobbiamo e cosa non dobbiamo fare. Però lui si autoimmunizza da ciò e nella "capitale corrotta" fa esattamente cose che il suo credo considera peccato.
Qualcuno loda il suo coraggio nell'autodenunciarsi. Oggi ci si meraviglia per ciò che dovrebbe essere ordinario. Non solo era suo dovere farlo ma ritengo che non sia sufficiente dimettersi dal partito. Occorrerebbe dimettersi dalla carica di parlamentare, per alto tradimento della volontà popolare. Chissà perchè avverto il presagio che, come con Gustavo Selva (per citare solo l'ultimo episodio), tutto terminerà a tarallucci e vino. Gli elettori diranno rimani. Moglie e figli diranno "torna questa casa aspetta te". E tutti vissero felici e contenti.



permalink | inviato da aprile67 il 30/7/2007 alle 11:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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