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... in direzione ostinata e contraria....(Fabrizio De Andrè)
musica
6 giugno 2010
O du eselhafter Peierl

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musica
18 gennaio 2009
Carte da decifrare

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musica
31 dicembre 2008
Il calcio, la tv. L’altro Fabrizio sapeva godersi le giornate di «bonaccia»
 

Dal Corriere della Sera del 30 dicembre, copio e incollo questo bell'articolo di Ivano Fossati è apparso sulla copertina dello speciale Eventi del Corriere della Sera dedicato alla mostra su Fabrizio De André per il decennale della scomparsa che si apre il 31 dicembre al Palazzo Ducale di Genova.

Non vado pazzo per le celebrazioni, le beatificazioni, le rievocazioni. Normalmente ne sto lontano, perché considero sacrosanto solo il ricordo strettamente personale dei fatti e delle persone. Quello, per intenderci, che si conserva da soli, in silenzio. Ma certo si può ammettere qualche legittima deroga a tutto questo. Fabrizio De André è stato ricordato e celebrato, forse ogni singolo giorno dal momento della sua scomparsa, come non era accaduto prima a nessun grande artista italiano. Questo testimonia il vuoto tangibilmente grande che ha lasciato nel cuore e ancor più nel bisogno di conforto dei molti che lo hanno amato. Piccole e grandi celebrazioni avvenute un poco dovunque in giro per l’Italia. Tributi sempre più o meno accorati e a distanza di dieci anni non ancora liberati del tutto dall’ombra accompagnatrice del rimpianto. Perfino la sorpresa, per la perdita di quell’uomo così discreto ma così presente nella storia dei sentimenti di questo Paese, si è fatta sentire fino all’ultimo, cioè fino a oggi. Così le celebrazioni sono state spesso vagamente lacrimose.

La memoria di Fabrizio ha diritto oggi a qualcosa di diverso, ne sono più che convinto. Merita più delle agiografie, delle biografie, delle scontate raccolte di canzoni rimasterizzate e reimpacchettate. Merita soprattutto di sfuggire all’aneddotica prêt à porter cui vengono fatalmente adattate le figure dei grandi artisti quando non sono più in grado di confutare o di precisare. Quando gli amici, i compagni di strada, quelli che sanno, che hanno visto, quelli che c’erano, si moltiplicano a dismisura.

«Fabrizio oggi è di tutti» dice Dori Ghezzi con tollerante senso della realtà. Purtroppo nessuna seriosissima esegesi, nessuno scandagliamento della sua opera ci restituisce la complessità, o se si preferisce, la completezza del carattere di De André. Così, personalmente, ho più cara nei miei ricordi la parte di lui che lo faceva «parlare basso», da buon genovese a un altro genovese. Niente lessico da libro stampato, nessun massimo sistema, ma frequenti risultati di partite di calcio. Il Genoa. E magari qualche gioioso apprezzamento per rotondità muliebri fuggevolmente offerte da programmi tv di taglio basso. Garbato e sornione s’intende, in salsa fredda, alla ligure. Un mondiale di calcio, il festival di Sanremo, le televendite. Qualche lieve ubriacatura. Un po’ di birre a Sestri Levante per festeggiare il testo di «A Cimma», che ci era sembrato irraggiungibile. E improvvisamente le ginocchia di tutti e due che non reggono più per tornare a casa. Perché non erano più gli anni settanta. Era questo un De André «semplificato» che la gente avrebbe amato e compreso ancora di più, se è mai possibile. Le leggerezze dette a piena bocca umanizzano. Sono un dono che il cielo fa agli uomini di grande intelligenza, i quali se vogliono ne usano, come per cercare riposo. Alcuni che idealizzano e rendono monumentali uomini e artisti, secondo un’immagine che non ammette imperfezioni, non capirebbero.

Fabrizio era vitale e come ogni persona del suo tipo era capace di scarti improvvisi, di spiazzamenti all’interno del suo stesso essere. Figurarsi all’esterno, cioè stargli vicino. Giornate intere di bonaccia, calma quasi piatta, e poi improvvise scosse elettriche con rincorse verso l’alto o verso il basso. In alto lo spirito filosofico e in basso il fondo dei garbugli umani. Secondo l’umore, secondo la giornata. Troppo terribilmente intelligente per definirlo un buono. Ma quest’ultimo era il Fabrizio che preferivo. Invece il grande artista, quello come tutti se lo sarebbero aspettato, lo conoscevo bene. Ero stato un suo ammiratore molto prima che un suo amico. A poco più di vent’anni avevo letteralmente consumato sul piatto del giradischi «Non al denaro, non all’amore, né al cielo» e «Storia di un impiegato».

Tenevo in considerazione quei due album al pari di quelli di Jimi Hendrix o degli Stones. Nessuna differenza. Come se la musica di Fabrizio fosse arrivata anch’essa dall’America, da Plutone o da un pianeta ancora più lontano, sul quale fosse lecito scrivere canzoni in italiano. L’eroe che aveva tradotto in musica «Spoon River», allontanandola dalla noia delle antologie scolastiche lo conoscevo già. Ora a distanza di anni, durante la scrittura di «Anime salve» mi piaceva di più passare quei lunghi pomeriggi piemontesi con un Fabrizio quieto e sorridente, accovacciato a terra davanti a un apparecchio radio degli anni sessanta, in attesa dei risultati delle partite di calcio, la domenica pomeriggio.

«Il Genoa, il Genoa, cos’ha fatto il Genoa»? Ma la sua squadra del cuore non brillava granché in quel periodo. Forse questo decennale e la grande mostra che si inaugura a Genova non faranno di Fabrizio De André un immobile monumento. Forse a Genova la marea di gente che gli vuole bene potrà servirsi da sé a piene mani e ubriacarsi di dati, ricordi e racconti digitali. In mezzo a tutte quelle immagini io dico che dovrà essere come un prolungato abbraccio festoso. Senza più ombra di rimpianto. Anche per via di quella gioia che infonde, soprattutto nei ragazzi, il poter rovistare navigando nella tecnologia. E la tecnologia risponde nell’unico modo che sa: raccontando perfettamente il passato, ma con la voce del futuro.

IVANO FOSSATI

musica
8 ottobre 2008
Psiche


Paolo Conte ci ha fatto un altro regalo. Bellissimo. A quattro anni da Elegia, il cantautore astigiano ritorna con Psiche. Quindici brani. Quindici perle che ci trasportano sul mare delle emozioni e che sono, in questi giorni, la mia colonna sonora.
Psiche è un disco a primo impatto di non facile ascolto. Bisogna digerirlo. Occorre che entri dentro ed ecco che si svela in tutta la sua bellezza. Atmosfere tipicamente contiane, per un disco che tipico non è. E questo a riprova che Conte ha sempre qualcosa di nuovo da dire. O meglio. Di non scontato.
Dalla sonorità secca ed essenziale di elegia, si passa ad arrangiamenti che cedono il posto ai sintetizzatori, ad artifici che Conte stesso definisce "di gomma", quasi a presentare il suo ultimo lavoro come un qualcosa di meno rigido rispetto allo schema che, inevitabilmente, ogni autore si cuce addosso. Forse, se proprio si vuole cercare un paragone, azzarderei con Aguaplano. Ma molto alla lontana.
Che ci si immerga nell'atmosfera di "Psiche", il primo brano, piuttosto che seguire la direzione di "Big Bill", passando per "Bella di giorno", o che ci si tuffi in "Omicron" o "Coup de théatre", tutte le quindici canzoni regalano qualcosa. Rimangono.
Fra tutte, trovo assolutamente straordinaria questa:

L'amore che

L'amore che
parla di sé in un bello sguardo
la percezione in cui mi perdo
è oltremaare di un assurdo.... sì....

l'amore che
arriva con movenze lente
qui sotto gli occhi della gente
mi parla con voce tremante....

sì, illudendo, lusingando,
incantando e come danzando
afferra le mani,
si, affrettando, ansimando,
provocando e tutto abbreviando,
come adorando.... sì....

sì, ti amo tanto, e ti sento
arrossendo e impallidendo
quasi morendo... sì....

l'amore che
trafigge me, lascia che dica....
.... non so cos'è, non lo so mica...
ma credo in te, dolce nemica....


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musica
16 settembre 2008
Richard e Stefano....
  
... ciao. Senza le vostre note, ci sentiremo un pò più soli!



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musica
24 agosto 2008
It's for you


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musica
23 agosto 2008
Last train home


Ci sono musiche che evocano pensieri, ricordi. Altre dalle quali vuoi rifuggire. Altre ancora che infondono fiducia, forza, voglia di fare. Alcune musiche sono associate a particolari stati d'animo: un amore concluso o uno appena sbocciato. Ci sono musiche che vorresti ascoltare in compagnia, altre dove sarebbe d'obbligo la solitudine. Alcune musiche sono state la colonna sonora di un'estate. Altre rimandano a imprese improbabili, ostacoli superati, frustrazioni.
Ci sono musiche da ascoltare in religioso silenzio, ad occhi chiusi, per saggiarne le più impercettibili sfumature, altre che, invece, ascolti in auto, imbottigliato nel traffico o mentre percorri vie desolate.
Per ascoltare questa, che voglio regalarvi, immagino spazi aperti, sconfinati, magari un tramonto. A bordo di un aeroplano fra i canyons dell'Arizona o sul deserto o, ancora, sull'immensa distesa del mare.


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musica
10 gennaio 2008
Amico fragile
 
 
 
 

9 anni fa, con una mossa quasi a sorpresa (per i tanti che seguivano la sua arte ed erano distratti rispetto alle sue vicende quotidiane), se ne andava Faber.
Per me, che sono cresciuto a pane e De Andrè, è stato un colpaccio.
Ho avuto la fortuna di ascoltarlo diverse volte in concerto.
L’ho ascoltato anche in occasione del suo ultimo tour, nel 1998. Nuoro, anfiteatro. Alle spalle del palco la mirabile cornice del Supramonte, il suo “Hotel” nei giorni del sequestro. La musica che entrava nella testa e le sue parole e la sua voce che si insinuavano nel profondo del cuore.
Era il tour dove, oltre ai brani del suo ultimo lavoro – Anime Salve – riprendeva diverse canzoni de “La buona novella”, uno degli LP più rivoluzionari di Fabrizio. E poi c’erano gli intermezzi nei quali veniva offerta al pubblico una riflessione sul nostro mondo, mai banale, mai scontata. A Fabrizio, indubbiamente, piaceva parlare al suo pubblico. Ne percepiva l’affetto e il calore e lui lo ricambiava. Non era distaccato. Non indossava i panni del cantautore che propone freddamente i suoi pezzi. De Andrè offriva visioni del mondo e pensieri che introducevano, in qualche modo, la canzone che – di lì a qualche istante – avrebbe proposto.
Di quel tour rimane la memorabile testimonianza visiva del concerto al teatro Brancaccio di Roma.
Era difficile – per non dire impossibile – resistere alla bellezza di quei suoni maturi e di quella voce (con la quale – come ebbe a dire qualcuno – avrebbe affascinato pur se avesse cantato le estrazioni del lotto).
Un concerto, quello, memorabile. Che ti fa venire la pelle d’oca, ti fa sgorgare lacrime di gioia e non sai come ringraziare chi ti fa provare emozioni così intense. Un momento nel quale la tua presunta solitudine in un mondo che non va come vorresti si annulla al solo guardare i volti di chi, come te, ha condiviso un tale momento in cui l’arte ha vinto sulla mediocrità e sul banale.
La bellezza di De Andrè consisteva in quel suo modo così gentile di proporsi. Una gentilezza che non sfociava mai nell’ipocrisia o nel falso perbenismo. Elementi, questi, che lui combatteva ferocemente con le sue canzoni.
Non amava parlare tanto per ma solo quando aveva – come dovrebbe essere, d’altronde – qualcosa da dire.
Mitici i suoi tempi tra un disco e l’altro, in barba ai manager delle case discografiche che ragionano in termini contrattuali. Un personaggio sui generis, molto al di là delle convenzioni e dei presenzialisti che oggi affollano i salotti televisivi dove va in onda il nulla.
Immagino benissimo quale sarebbe stato il suo pensiero ma non so cosa darei per sentirlo esprimere da lui stesso.
Mi manca terribilmente Fabrizio e manca a tutti coloro che, non si rassegnano alla violenza di un potere cieco e arrogante; non sono assuefatti dall’abitudine dell’ignoranza e non si dimenticano che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.


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15 ottobre 2007
Geordie



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19 luglio 2006
Sidone


A proposito del conflitto in Medioriente....
SIDONE

Il mio bambino il mio
il mio
labbra grasse al sole
di miele di miele
tumore dolce benigno
di tua madre
spremuto nell'afa umida
dell'estate dell'estate
e ora grumo di sangue orecchie
e denti di latte
e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
con la schiuma alla bocca
cacciatori di agnelli
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico
non gli ha spento la voglia
e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al modo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l'eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte

F. De Andrè - M. Pagani
tratto da Creuza de Ma




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