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... in direzione ostinata e contraria....(Fabrizio De Andrè)
letteratura
10 novembre 2010
Il paese delle spose infelici

La lettura di questo libro mi ha catapultato nella mente "Michel", la canzone di Claudio Lolli. E' stata una specie di colonna sonora. Non mi capita spesso. Ma in questo caso, sì.
Cosa c'entra Lolli con Desiati, non saprei dire. C'entrano forse le evocazioni che entrambe le storie, e quella cantata, e quella scritta, facevano emergere.
Il paese delle spose infelici è Martina Franca, altrimenti nota come capitale della Valle d’Itria, suggestiva regione che ovunque è conosciuta per i trulli, le classiche costruzioni con le quali si identifica(va) la Puglia.

Eppur tuttavia, nonostante l’immaginario ci regali un paese dal cielo terso, con il sole che la fa da padrone e una natura incontaminata, il romanzo di Desiati si caratterizza per la sua cupezza. I luoghi narrati sono plumbei, sono un’anticartolina per eccellenza ed è paradossale il fatto che di cartoline sia collezionista Annalisa, una delle tre figura centrali attorno alle quali è costruita questa storia. Le altre due sono Veleno, l’io narrante, e Zazà.
Se volessi spingermi nella sintesi massima, potrei dire che si tratta di una storia di amicizie e di amori tanto forti e dolorosi, quanto non corrisposti secondo le aspettative. Il tutto senza rivalità che sarebbero risultate scontate. Chi ama non è amato e questo cagiona un dolore che viene sublimato proprio con l’amore stesso, quello che tutto perdona, quello che passa oltre perché al centro di tutto c’è questo sentimento così forte e travolgente che lascia in secondo piano ogni deviazione.
Ma non si tratta solo di questo. Nel paese delle spose infelici, Desiati ci racconta un’umanità fatta di figure come solo nei paesi è possibile riconoscere. A cominciare dai protagonisti: uno figlio di papà, l’altro proletario che abita nelle case popolari della zona 167. Per poi trovare chi si sbatte per allenare e animare la locale squadra di calcio e tutti gli altri che condividono quest’avventura. Ognuno con il suo soprannome, vera testimonianza di un’esistenza che, altrimenti, sarebbe anonima.
Sullo sfondo del racconto, una Taranto avvelenata dalle polveri rosse dell'acciaieria, la condizione operaia, il sorgere e il tramonto del citismo (da Cito, patron di un'emittente locale, con trascorsi nell'estrema destra e che poi diventerà sindaco del capoluogo jonico), il "cosa farò da grande" che impone una resa dei conti fatta anche di migrazioni verso luoghi lontani dalle proprie radici.
Se non fosse per questi riferimenti storici che inquadrano lo svolgersi della storia in un determinato periodo, non sarebbe chiaro in che epoca vivano i personaggi: ciò anche a significare che la periodizzazione determinata da fattori esterni irrompe in un luogo dove il tempo sembrerebbe essersi fermato. E tale condizione di non-tempo è causa di un'infelicità che anima i tanti suicidi (specialmente di spose) che si verificano in questo paese. E' un libro "amaro", direi, dove c'è tutta la contrapposizione fra l'essere e l'apparire. Sono scelte dolorose che comportano sconfitte, ferite. Quelle ferite, le cui cicatrici testimoniano una vita vissuta.
Mario Desiati narra con una scrittura che affascina e sembra dire "ti ricordi?" Ecco, allora, spiegato perchè il collegamento a Lolli con la sua Michel.
CULTURA
29 maggio 2010
Ogni commento è superfluo...

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare


(Bertolt Brecht)
letteratura
26 maggio 2010
In Sardegna non c'è il mare

 
Da sardo, concittadino di Fois (ebbene sì, nonostante la residenza, sono nato anch'io in quel di Nuoro, all'Ospedale San Francesco) ho letteralmente divorato questo libro.
Come se passeggiassi idealmente con lui sul corso di Nuoro, ho rivisto i posti che descrive con tanta precisione. E non si tratta solo di luoghi, ma anche di un "sentire". Non posso dire, generalizzando, "tipico di..." ma un sentire che mi appartiene.
E' come se Marcello Fois avesse tratteggiato mirabilmente il barbaricino che è in me. Ho sentito i profumi del mirto e delle ginestre che ti avvolgono quando scendi da uno dei traghetti che solca il tirreno, da e per il "continente". Ho ripercorso il tratto Olbia-Nuoro con la lentezza del viaggiatore che non si stanca mai di vedere (e commuoversi) per quel paesaggio.
E' vero: in Sardegna non c'è il mare. Se per Sardegna intendiamo non la regione che ci viene propinata dai media (e che, quando la guardo, mi appare così volgarmente stuprata da chi vive nelle notti caotiche delle varie discoteche alla moda senza godersi i profumi e i silenzi di una regione tutta da scoprire), ma i luoghi meno battuti. E' altresì vero che non c'è una Sardegna-Sardegna e una Sardegna così così; una Sardegna autentica e una di plastica. E' tutto lì, con la sua gente, i suoi luoghi, il suo mare e il suo maestrale.
Fois cerca (non so se ci riesce) di demolire i vari luoghi comuni che caratterizzano il sardo-barbaricino. Lo fa con una scrittura divertente (in qualche occasione, per la verità, ripetitiva e questo non va bene) e che nasconde, comunque, un fondo di verità. Proprio perché, come afferma egli stesso all’inizio, i sardi di Barbagia sono capziosi. “A noi le i senza puntino non ci piacciono proprio, anzi quando è possibile di puntini ne mettiamo due o tre, e aperta parentesi, e eccetera eccetera”.
Bello il capitolo sugli scrittori che hanno scritto non per portare la letteratura in Sardegna ma per portare la Sardegna nella letteratura. Belle al punto da suscitare la voglia di riprendere quelle pagine per rileggerle con occhio diverso dall’approccio iniziale.
Insomma un libro da gustare. Magari letto con un pre-giudizio: quello del sardo che è distante dalla terra che gli ha dato i natali e che legge con curiosità le pagine che parlano di essa. D’altronde, come dice il buon caro Niffoi (come mai assente, in questo libro?) un barbaricino lo puoi spostare ovunque. Le sue radici, però, rimarranno comunque ben salde in Barbagia.

Marcello Fois
In Sardegna non c'è il mare
Laterza, 2008


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CULTURA
24 maggio 2010
Caino


Debita premessa. Non ho letto tutto di Saramago e quest'ultimo, forse, avrebbe dovuto essere successivo al Vangelo secondo Gesù Cristo. Ma tant'è...
Siamo nel vecchio testamento e lo scrittore portoghese ci mette di fronte a due figure: Dio e Caino, appunto.
Un Dio dispettoso, violento come non mai, che scende a patti col diavolo per mettere alla prova i suoi servitori. Ci mette un niente ad uccidere, distruggere, annientare. E Caino, segnato con una croce nera sulla fronte all'indomani dell'uccisione di suo fratello Abele, e condannato a vagare fino alla morte, assiste a questi "spettacoli", maturando una sua idea di giustizia, fino alla imprevedibile vendetta finale che costituisce la fine di questo racconto.
Con il suo solito stile, Saramago offre al lettore una lettura della religione che spinge alla riflessione. Qualcuno non esiterebbe a definire questo libro irridente nei confronti di un credo. Ritengo, invece, che sia molto di più: un esercizio che genera dubbi e interrogativi elevando il romanzo al rango di un'opera.
La scrittura è sempre avvincente, affascinante e suscita la curiosità come se si fosse all'interno di un edificio, alla scoperta delle varie stanze chiuse. In questo dedalo - rappresentato dagli innumerevoli personaggi ed episodi del vecchio testamento (Caino ha il potere di trovarsi nel passato e nel futuro) -, alla fine, non ci si perde anche se, a volte, si vorrebbe ritardare l'uscita per godere della bellezza delle parole.


Josè Saramago
Caino
Feltrinelli, 2010


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CULTURA
17 maggio 2010
La porta

 

È la storia, non banale, di un rapporto fra due donne: una scrittrice, Magda, e una signora, Emerenc, che l’aiuta a fare le faccende domestiche.
Un rapporto che si trasforma in un vero e proprio amore. Un amore fuori dal comune che, come tutti gli amori è costellato di scontri e riconciliazioni.
Emerenc, ha la capacità di monopolizzare il racconto. Donna dalla forte personalità, ha attraversato tappe molto importanti della recente storia ungherese e sembra essere cinica di fronte agli avvenimenti. Rigida nelle sue convinzioni, mal sopporta l’intellettualismo e la religione. Fredda, distaccata e cinica, con la capacità straordinaria di conoscere l’animo umano e saperlo leggere e interpretare.
Proprio per questo, Emerenc è amata da tutti coloro che beneficiano dei suoi servizi. Riesce, nonostante le barriere che erige a difesa della sua persona, a catalizzare l’attenzione su di sé.
Il racconto procede secondo diversi e differenti gradi di lettura: ora l’io narrante della scrittrice che mescola i ricordi al quotidiano, per poi farci immergere nella vita di Emerenc dandole voce nelle diverse – ma non tante – occasioni in cui la donna si confida, aprendo il suo cuore e la sua porta unicamente a questa donna.
C’è, in questo straordinario romanzo, la cocente delusione per un amore mai corrisposto, l’attiva rassegnazione per una solitudine che pare un accidente dell’esistenza, la non fiducia nel potere e in chi lo gestisce, il rifiuto della religione e, soprattutto, di coloro che la testimoniano diventando, essi stessi, un potere dal quale ripararsi.
Magda Szabò ci regala pagine dalla scrittura lenta ma affascinante, che va gustata con parsimonia. Nessuna parola è utilizzata a caso. Ognuna di esse costituisce la tessera di un mosaico che guardato nella sua globalità trasmette un senso di nostalgia.

Magda Szabò
La porta
Einaudi, 2007


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letteratura
8 gennaio 2009
Il pane di ieri
 

C’era un tempo in cui nelle case non c’era il televisore, il pc e, soprattutto, la “rete”, erano ancora molto lontani a venire. La gente si radunava e ascoltava i racconti dei più vecchi. Racconti in cui sfilavano personaggi diversi e andava in scena la vita dell’epoca: la gioia di un raccolto piuttosto che il dramma di una grandinata che in un batter d’occhi aveva annientato un anno di lavoro. Difficoltà e soddisfazioni. Storie che venivano poi amplificate e costituivano una fonte inesauribile per stimolare la fantasia di chi, poi, le rielaborava a modo suo. C’era questo tempo, e ora non c’è più. O, forse, resiste ancora in qualche remota contrada del nostro paese.
In una stagione dominata dal mito della velocità e della corsa, Enzo Bianchi ci propone uno stop. Fermarsi un attimo per pensare, meditare, riflettere. Riflettere su ciò che eravamo e – inevitabilmente – costringerci a pensare su ciò che siamo diventati.
Dico subito che “il pane di ieri” non è un libro che fa del “si stava meglio quando si stava peggio” il proprio leit-motiv. Non leggo nessuna tentazione passatista o nostalgica. Bensì uno sforzo di recuperare la memoria e fissarla in luoghi, situazioni, circostanze che testimoniano come la semplicità di un tempo oggi sia merce rara e preziosa. Esercizio utile alle generazioni future, a quelle che vivono sull’onda della comunicazione globale e non hanno la benché minima idea di come fosse la vita solo alcuni decenni fa.
La narrazione si snoda attraverso il filo dei ricordi, raccontando la vita in una società contadina quale quella del Monferrato. La cura delle cose, la preoccupazione per il tempo che avrebbe potuto rappresentare una minaccia tale da vanificare sforzi e sacrifici; il valore del cibo non in quanto “carburante” ma come mezzo attraverso il quale stabilire relazioni e convivialità; il significato del vino, elemento non essenziale per la vita, ma dono della terra che può portare gioia e cementare amicizie; la partecipazione comunitaria scandita dalle campane del proprio borgo, che annunciavano i diversi eventi legati alla gioia o al dolore. Tutto questo – e altro – è il “pane di ieri”. Sembra tutto così lontano eppure, se si fa per un attimo mente locale, ci si accorge – parlo per tutti quelli della mia generazione che, magari, hanno avuto la ventura di non vivere in contesti massicciamente urbanizzati – di aver in qualche modo vissuto quelle esperienze. E risulta stupefacente come la velocità dei tempi abbia fagocitato tutto ciò rendendoli ricordi sbiaditi, “in bianco e nero”.
Alcune delle pagine più intense, sono quelle in cui Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose, ci parla dei suoi maestri. Non dotti ed autorevoli uomini di chiesa o letterati o filosofi, bensì persone umili, quelli che, con una definizione tanto efficace quanto insopportabile, vengono considerati “ultimi”. Portatori sani di saggezza, “uomini semplici che hanno seminato chicchi di sapienza e bontà, solitari che sapevano vivere una comunione umana grande come il loro cuore”.
Oggi, in un’epoca in cui “possiamo conoscere il prezzo di ogni cosa ma non conosciamo il valore di nessuna”, Enzo Bianchi, attraverso queste pagine che si lasciano leggere tutte d’un fiato, ci offre l’opportunità di riscoprire valori caduti nel dimenticatoio della memoria. E quando non si ha più nessun appiglio alla memoria, è ben difficile pensare ad un futuro: si vive in modo ordinario un presente incolore.

letteratura
30 dicembre 2008
Diario di scuola

 
Si può parlare in mille modi della scuola e del suo mondo. Fiumi di inchiostro, ogni giorno, su un qualunque giornale, vengono versati per parlarne bene e, soprattutto, male. La scuola, che lo si voglia o no, entra prepotentemente nelle nostre esistenze e ci condiziona.
Possiamo avere la ventura di non ammalarci o di non avere a che fare con il fisco. Possiamo sfuggire a riti collettivi massificanti, ma non possiamo evitare di incrociare, nella nostra vita, lo sguardo di un professore, di una maestra, di un docente. Non possiamo evitare di avere compagni di scuola. Pur isolandoci da tutto il contesto, creandoci un nostro microcosmo, non possiamo fare a meno di vivere il patema di un’interrogazione, di un compito in classe. Non possiamo sottrarci all’appuntamento della pagella. C’è sempre qualcuno che ci dà i voti. Che valuta la nostra conoscenza. Che giudica il nostro sapere.
Come esperienza fondamentale della nostra vita, quindi, la scuola è nel nostro essere.
Daniel Pennac ci regala un – lo definirei così, anche se impropriamente – saggio-romanzo formidabile. “Diario di scuola” ci parla di questo universo, delle sue problematiche con un taglio del tutto originale. Non un trattato di sociologia; non un saggio sulle possibili riforme scolastiche; né, tanto meno, un’analisi scientifica su ciò che la scuola è oggi.
A parlare sono i due soggetti fondamentali che animano questa istituzione: gli alunni e i docenti. E a parlare, soprattutto, è il Daniel Pennac studente-somaro prima e professore-scrittore poi.
Un vero e proprio atto di amore per la scuola, questo libro che si fa leggere tutto d’un fiato. E come in tutti gli amori coesistono la gioia, la sofferenza e il dolore. Quella sofferenza e quel dolore che, se non ti annientano, hanno la capacità di farti riemergere come persona rinnovata.
Pennac non nasconde il fatto che, da piccolo, andava male a scuola. Ed è proprio da questa sua ammissione che egli trae lo spunto per raccontarsi e raccontare la scuola. Era l’ultimo della classe e, quando andava bene, il penultimo. Il cosiddetto “somaro”. Colui che non capisce. Che è presente in classe con il corpo ma assente con la testa e che, vive nel perenne paradosso di non essere creduto: durante la frequenza scolastica la sua inattitudine a capire viene ridotta a pigrizia e, qualora dovesse cavarsela, non si crede al fatto che quella persona possa essere un ex somaro. Tutto ciò è frustrante, mortificante. Implica una sofferenza. “Il gotha – dice Pennac – pullula di ex somari eroici. Li senti, quei furbacchioni, nei salotti, alla radio, presentare le loro disavventure scolastiche come grandiose gesta di resistenza. Io credo a quelle parole solo se vi colgo la lieve eco di una sofferenza. Perché se anche possiamo guarire dalla somaraggine, le ferite che essa ci ha inflitto non rimarginano mai del tutto. Quell’infanzia non è stata divertente, e ricordarla non lo è di più. Impossibile andarne fieri”..
Ma come può, un “somaro”, salvarsi? È la domanda che si rivolge l’autore e alla quale riesce a dare una risposta trovandola in quei professori che lo hanno letteralmente salvato. Veri e propri “angeli”, in un certo senso, che “si sono buttati” in quest’impresa, giorno dopo giorno. Qui lo studente-somaro Pennac cede la strada al Pennac professore-scrittore. Partendo da sé, dalla sua condizione, da quelle ferite subite nell’infanzia cerca di tracciare la figura dell’insegnante che possa consentire al sapere di entrare nella vita degli studenti, somari compresi.
Così come – generalmente – si ha paura di un infermiere che vuole fare un’iniezione, allo stesso modo gli studenti hanno paura dei professori che vogliono inoculare il sapere. Eppure quei professori condivideranno anni con quei ragazzi. E se non si riuscirà ad abbattere la barriera della incomunicabilità che spesso esiste fra gli uni e gli altri, difficilmente il sapere potrà “passare”.
Insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori”, evidenzia Pennac, aggiungendo che “se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico del termine, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti”.
Ogni giorno, in una classe, non si incontrano soggetti avulsi dalla realtà, ma persone in carne ed ossa che sono portatori di un presente fatto di ansie, aspirazioni, felicità, delusioni, amarezze. In questo contesto alunni e docenti dovrebbero trovare un canale di comunicazione che possa permettere loro di parlare la stessa lingua, di stabilire un contatto, diversamente ci sarebbe la rappresentazione di due mondi così vicini tra loro fisicamente ma altrettanto distanti, lontanissimi.
Diario di scuola” ci racconta non solo le frustrazioni dello studente Pennacchioni (il vero cognome dello scrittore), ma anche le difficoltà dell’insegnante. A questo proposito apparirebbe quasi una banalità affermare che, per l’insegnante, “il somaro è lo studente più normale che ci sia: quello che giustifica pienamente la funzione di insegnante poiché abbiamo tutto da insegnargli, a cominciare dalla necessità stessa di imparare”. E invece accade che, purtroppo, lo studente normale è quello che oppone meno resistenza all’insegnamento. Quanto compiacimento abbiamo letto negli occhi dell’insegnante che interrogava il più bravo della classe e quanta insofferenza e impazienza verso, invece, chi arrancava a stento su quella determinata materia? Eppure il medico accorre laddove c’è bisogno.
Lungi da me la tentazione di incamminarmi nel terreno assai scivoloso dell’insegnamento e dei suoi metodi, non posso non concordare con quanto rappresentato da Pennac, aggiungendo solo che, mentre inghiottivo le sue parole, mi ritornavano alla mente i miei professori del liceo, alcuni così capaci da far volare le giornate con le loro lezioni altri, invece, così algidi nei nostri confronti a tal punto che le loro discipline sono, per me, solo titoli di un programma ministeriale.
Quanto è fondamentale l’incontro con un docente che possa scardinare il grimaldello dell’incomunicabilità e scatenare in te la curiosità verso il mondo, verso il sapere, rendendo piacevolissimo dissetarsi alla fonte della cultura.
Diario di scuola” riesce a innescare interrogativi e riflessioni utilissime a chi, sia esso studente, genitore, insegnante o cittadino di questo mondo, voglia ragionare intorno alla scuola e a tutto ciò che la circonda. Ed è per questo che ne consiglio vivamente la lettura.


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letteratura
17 novembre 2008
L'età del dubbio

 
L’inizio è più o meno sempre quello. Un sogno. O meglio, un incubo. Montalbano si sveglia di soprassalto e con l’umore nero per ciò che ha vissuto mentre era nel mondo di Morfeo.
In questo caso, ha sognato il suo funerale e, con sgomento, ha appurato che la sua fidanzata, la “storica” Livia, non sarà presente. Di nero non c’è solo l’umore, ma il tempo.
Piove a dirotto, diluvia e Montalbano, mentre va in commissariato, soccorre una ragazza che sta recandosi al porto in attesa di una sua zia, vedova ricca che passa il tempo a navigare con lo yacht avuto in eredità dal marito.
In realtà tutto ciò è solo il prologo che ci introduce in una storia a tinte fosche nella quale il nostro commissario si imbatte nel mondo dei natanti, del traffico di diamanti con, nel sottofondo, due omicidi che costituiranno il pretesto per un’indagine che valica i confini nazionali.
Camilleri ci parla di un Montalbano in piena maturità, che attraversa con inquietudine le fasi della sua esistenza. È un periodo di transizione: Livia rimane sempre più lontana. La rottura è tangibile. C’è freddezza tra i due che non riescono più a parlare.
C’è un conflitto con la propria coscienza, più volte inascoltata, che non offusca l’immagine del bravo poliziotto che gli viene tributata dagli altri personaggi della storia.
E poi c’è Laura, una giovane tenente della capitaneria di porto – che entra come protagonista nell’inchiesta di Montalbano – che folgora il Commissario e per la quale “aviva riprovato con emozioni, squasi con commozioni, qualichi cosa che gli era capitata sulo negli anni della picciottanza”. Una nuova primavera, quindi, in un’età in cui i dubbi si affacciano con tutta la loro forza, a cominciare proprio dal dubbio circa il sentimento provato per Laura.
Non è solare, questo romanzo di Camilleri. Non si ritrova la Sicilia dei suoi primi romanzi. Il tutto si svolge "in interno". Tra le stanze alluvionate del commissariato, i corridoi della questura, gli uffici della capitaneria di porto. Unica eccezione, il porto ove sono ormeggiate le imbarcazioni coinvolte nella storia.
È un romanzo notturno e, come tale, dai contorni non troppo definiti. La morte che aleggia lungo le pagine (la sua, seppur sognata; quella di diversi protagonisti; quella di un figlio che non c’è, inventata pur di evitare il burocrate della questura); la coscienza forzosamente tacitata e questo amore che non esplode come dovrebbe ci consegnano un Montalbano a volte piegato, incapace, forse, di risolvere le sue stesse contraddizioni.
Un Montalbano molto “privato”, introspettivo, a dispetto del canovaccio tipico del romanzo poliziesco, dove l’indagine diventa, solitamente, il pretesto per raccontare la società.
Tuttavia Camilleri – che negli ultimi tempi sembrava avesse perso un po’ di smalto – ci regala una storia bella, avvincente anche, della quale il finale è l’unica nota stonata.

CULTURA
4 novembre 2008
Il profumo

 
Il profumo è un libro che va centellinato. Storia appassionante e originale, va gustata con pazienza.
L’io narrante di Patrick Suskind ci racconta la storia di Jean-Baptiste Grenouille, nato nel 18° secolo, in uno dei posti più puzzolenti al mondo: il mercato ittico di Parigi, tra i resti delle interiora dei pesci puliti dalla madre che, dopo aver abbandonato il neonato, verrà giustiziata con l’accusa di (tentato) infanticidio.

L’ambientazione è la Francia pre-rivoluzione, in pieno risveglio delle idee, in fermento culturale e filosofico, dove “la gente leggeva i libri, persino le donne!”. La destrutturazione delle certezze e l’inquietudine si fanno strada. Tutto dev’essere dimostrato. “La sventura dell’uomo ha origine dal fatto che non vuole starsene quieto nella sua stanza, nel luogo che gli compete”, dice Pascal, e in questo contesto si affaccia alla vita il nostro Grenouille, che passerà la sua infanzia in un orfanotrofio e crescerà con uno dei cinque sensi sviluppato oltre ogni modo: l’olfatto.

Grenouille riesce a distinguere ogni odore, li incamera nella sua mente. Sa riconoscere se una stanza è abitata oppure meno, riesce ad andare oltre le normali apparenze. Riesce a suddividere i diversi odori presenti in un insieme complesso. Non solo. Ha una straordinaria capacità di adattamento e di sopravvivenza. Un essere al di fuori del comune.

La sua esistenza non sarà semplice. Dall’orfanotrofio viene “venduto” al padrone di una conceria di pelli e grazie a quel lavoro potrà incrociarsi con l’esistenza di un profumiere di Parigi, Baldini, - caduto ormai in disgrazia per mano di un concorrente - al quale è stata commissionata la profumazione di alcune pelli da parte di un nobile.
La “bussola per dirigere la sua vita futura”, Grenouille la trova nel corso di una serata, in occasione dell’anniversario dell’insediamento del re.
Camminando per le strade della città sente, prepotente, un profumo. Lo segue. Ne rimane estasiato. Mai gli era capitata una cosa simile. Nessun odore poteva essere paragonato a quello, e quell’odore gli procurava una straordinaria felicità. Voleva imprimerlo nella sua mente, registrarlo e catalogarlo come tutti gli altri che fin’ora aveva incontrato. Insegue quel profumo e raggiunge la ragazza che lo emana. Vuole possedere quel profumo nella sua essenza. Lo fa, uccidendo la ragazza e fissando nella sua memoria i profumi dei suoi capelli, della sua pelle, del suo sesso.

Quell’essenza gli rimarrà nella memoria per sempre. Decide di diventare un profumiere. Anzi, il profumiere più grande ti tutti i tempi.
Convince Baldini a farlo lavorare con lui. È istinto puro. Compone profumi senza un metodo scientifico. Vuole, però, conoscere il nome delle essenze; conoscere il metodo della distillazione.
Comincia a sperimentare, cercando di estrarre il profumo da oggetti inanimati (apparentemente senza odore) e da animali. È un’attività febbrile, senza sosta. Incessante.
Dì lì, la storia si dipana attraverso la vita che Grenouille condurrà in seguito: prima solo sulla montagna (e non certo per penitenza, come fanno alcuni uomini per sentirsi vicini a Dio. Tutt'altro. Solo per il proprio piacere senza avere altre distrazioni). Poi in società, preso a cavia di una singolare teoria sul “fluidum vitalis” (non dimentichiamo che siamo in piena età dei lumi e c’è, come detto prima, un fermento culturale tale per cui ogni fenomeno deve trovare la sua dimostrazione e spiegazione). La ricerca dell’essenza vitale continua e il nostro – che ha scoperto di non avere nessun odore (singolare paradosso!) pensa bene di ricavarla dall’essere umano stesso. Ma non uno qualsiasi. Bensì, da ventiquattro ragazze che, per questo motivo, saranno assassinate. Il profumo che riuscirà a comporre sarà “il” profumo, quello che avrà il potere di dominare gli uomini, spingendoli, con la sua essenza ad amare. Proprio quell’amore di cui Grenouille è stato privato fin dalla nascita.

Suskind ci trascina in questa narrazione e rende in maniera così efficace la strutturazione del racconto che pare di annusarle, tutte quelle essenze di cui parla, tutti quegli odori e, soprattutto, quelle puzze.
L’olfatto come senso centrale, che rovescia, in qualche modo, il paradigma della vista stessa. Quella vista che corrompe i sensi poiché, pur apprezzando le diverse tonalità cromatiche, non riesce a percepire le sfumature così come accade con l’olfatto. Eppure la bellezza, che si ritiene comunemente riconoscibile attraverso la vista, secondo Suskind-Grenouille, si manifesta anche e soprattutto attraverso il naso. “Gli uomini sono sciocchi e usano il naso solo per sbuffare, ma credono di capire tutto e tutti con i propri occhi”. Tesi assai originale che spinge inevitabilmente ad una riflessione. E “il profumo” ce ne offre tanti, di spunti, sì da diventare non solo un ottimo romanzo, ma anche un viaggio all’interno di un mondo affascinante come non pochi.


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letteratura
19 giugno 2008
Al mio giudice


Luca Barberis è un giovane informatico. Un guru dell'informatica, settore sicurezza. Viene contattato da una grossa società per creare un sistema che protegga le transazioni finanziarie. Il corrispettivo è succulento: 7 milioni di euro. La sua società, quindi, può fare quel salto di qualità che tanto aspettava. Accetta. Firma un contratto-capestro (una clausola gli impone di fornire i codici sorgente, ma tant'è... 7 milioni di euro non sono uno scherzo!) e risolve tutti i contratti con altri piccoli clienti. Lavora come un pazzo al progetto. Ha solo otto mesi di tempo. Ma, alla consegna, proprio il giorno in cui è pronto a festeggiare per questa sua creatura che lo lancerà nell'olimpo degli affari, tutto crolla. Un virus rende completamente insicuro il programma e lui è completamente "finito". La società di Ennio Lajanca, la Mida Consulting lo liquida in un batter d'occhio. In men che non si dica crolla tutto. L'umiliazione è tanta. Perde tutte le sue comodità di giovane informatico rampante. Una sera, incontra in un ristorante (che non potrebbe permettersi) Giuliano Lajanca, figlio del patron della società che gli aveva affidato il lavoro. Questi lo umilia davanti a tutti, e lì scocca la scintilla. "Come al solito sono le coincidenze, le occasioni a fare gli assassini".
Luca, in quel momento, prende la decisione e uccide Giuliano. Da lì, da quel momento si apre una nuova vita. Scappa. Fugge. Un tarlo lo assilla: "scoprire e uccidere". Ora che ha ucciso, sa che può farlo ancora. Vuole farlo ancora. E quindi inizia una sua indagine per scoprire chi sia stato e come sia potuto accadere che lui, numero uno della sicurezza nel campo informatico, sia stato beffato da un banalissimo virus che ha messo in ginocchio tutto il suo lavoro facendolo precipitare agli inferi.
Luca scappa e, approdato oltre confine, comincia a scrivere e-mail al suo giudice. La struttura del libro di Perissinotto è proprio questa: lo scambio epistolare via e-mail tra Luca e il suo giudice. La citazione della "lettera al mio giudice" di Simenon è d'obbligo e Perissinotto chiarisce il tutto fin dalle prime pagine del libro.Anche se, in questo caso, la situazione è diversa. In Simenon "il colpevole era già stato arrestato e il giudice era un magistrato giudicante. Qui invece io devo darle la caccia", dice la giudice (è una donna) a Luca.
E Luca sa benissimo questo. Vuole, però, partecipare, in qualche modo, a questo procedimento, a queste indagini e fornisce al giudice tutta una serie di informazioni che mettono in risalto tutte le storture di quella new-economy che tanto è stata osannata nella seconda metà degli anni novanta. La rete non solo come possibilità di avere informazioni in tempo reale, ma anche come luogo indefinito dove è possibile, con molta comodità, eludere le già larghe maglie di una legislazione che sembra proteggere gli evasori e i loro paradisi fiscali.
Nel libro si dipanano con molta intensità non solo questi aspetti, ma tutto ciò che riguarda la vita di questo assassino che si prende cura di un gattino, che tesse relazioni straordinarie e che sembra essere un confessore per quanti incontra nel suo cammino.
Il giudice, dal canto suo, gli dà fiducia, in un primo momento, per poi chiudergli la porta salvo riaprirla quando si rende conto che l'indagine su un fatto apparentemente semplice mostra inedite situazioni dalla portata ben più vasta.
E' una bella scrittura, quella di Perissinotto e il libro riesce a scavare molto bene nella dimensione psicologica dei personaggi. La differenza di genere, affermata attraverso la scrittura, è ben evidenziata. Leggendo, si ha davvero l'impressione che lo scambio epistolare sia tra un uomo e una donna.
"Al mio giudice" è un libro da me scoperto quasi per caso e da me consigliato vivamente.

Alessandro Perissinotto
Al mio giudice
Rizzoli, 2004


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permalink | inviato da aprile67 il 19/6/2008 alle 8:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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