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Che tempo che fa

Non guardo molta televisione. Non mi piace in generale. Preferisco fare altro, anzichè subìre passivamente parole e immagini. L'accendo solo quando c'è qualcosa che mi possa interessare. Di solito preferisco i film (possibilmente senza pubblicità) e le trasmissioni di approfondimento. Ce ne sono pochissime, si contano sulle dita di una mano. Per il resto, nani e ballerine, amici e nemici, grandi fratelli e sorelle, isole di famosi e sfigati e chippiùnehapiùnemetta possono, per me, andare a farsi benedire. Rappresentano il vuoto (per me, ovviamente) e non trovo divertente guardare (e ascoltare) il vuoto. Meglio, se non mi va di leggere o ascoltare musica o radio, l'ozio totale. Il mio nulla che sottende a elaborare pensieri e questioni non o malrisolte.
La mia tv, se mai dovesse essercene una, sarebbe fatta di Fazio, Floris, Dandini, Santoro, Marcorè, Augias. Giusto per citare i primi (e forse unici) che mi vengono in mente. Sarebbe una tv piena di teatro e musica classica in prima serata. Sarebbe una tv fatta di parole che inducono alla riflessione, che pongono e sollecitano domande urgenti sulla nostra condizione. Sarebbe un tv con presentazioni di libri o mostre di pittura, con programmi sulla scienza, sui suoi progressi e sulle sue contraddizioni. Sarebbe una tv che sollecita e stimola la curiosità. Se dopo la presentazione di un libro, mi viene la voglia irrefrenabile di acquistarlo non è tanto per essere stato sedotto da una legge del marketing (occorre far esasperare il desiderio di possesso di un oggetto) quanto perché in quelle pagine voglio (e credo di) trovare risposte a interrogativi che sono anche miei.
Fra tutte le trasmissioni che seguo con una certa assiduità c'è "Che tempo che fa", di Fabio Fazio. Una trasmissione sempre originale nonostante un format ben collaudato che va avanti da otto anni. Eppure quella finestra che si apre nel fine settimana fa entrare aria fresca. Con leggerezza (non superficialità) si affrontano questioni e temi urgenti e importanti. Non solo. Si ride, si sorride e si riflette. Si ascolta. E' una tv non gridata, gentile, per la quale pensi che valga la pena pagare il canone. Insieme a lei qualcun'altra condotta dalle persone che ho citato prima.
Fabio Fazio è un professionista serio, che sa fare molto bene il suo mestiere, che conosce molto bene il mezzo tv, e che ha avuto il merito, quest'anno, di fare un'altra trasmissione che si è rivelata l'assoluta novità del palinsesto televisivo così asfittico, noioso e banale propinato da mamma rai e dai canali mediaset (forse salvo un tantino le jene, ma neanche tanto).
In un paese normale, Fazio sarebbe - insieme a Santoro, Dandini & co. - trattato con i guanti bianchi. Sono persone che producono, fanno programmi di qualità con ascolti notevoli e questo significa, in soldoni, pubblicità, introiti per l'azienda. E con gli introiti, ci paghi gli stipendi del personale, acquisti nuovi macchinari. Insomma, fai crescere la tua azienda. In un'economia di mercato, un medio amministratore delegato si terrebbe molto ben stretti certi prodotti. Sarebbero il suo fiore all'occhiello e sarebbero, altresì, garanzia del suo guadagno.
Ma noi siamo in Italia e l'azienda in questione è la RAI. Territorio conteso dalla politica e dai partiti, asservito ai desiderata di una maggioranza in palese conflitto d'interessi con il compito preciso di far retrocedere tale azienda. E' un pò come se a gestire l'AVIS ci fosse un certo signor Dracula. Succede, quindi, che tutte queste persone non sanno cosa faranno nella prossima stagione all'interno della loro azienda. Un programma, come si sa, non è solo il suo conduttore. Sono autori, registi, scenografi, giornalisti. C'è una redazione di persone che legge, ascolta, si informa, propone. Lavora, insomma, perchè tutto il prodotto che andrà in onda possa piacere a coloro che lo vedranno comodamente seduti sul divano.
In un paese normale un amministratore delegato simile dovrebbe essere semplicemente licenziato e messo alla porta. Qui no. Anzi. Fa carriera. E succede, allora, che un conduttore, Fabio Fazio, prenda carta e penna e scriva queste parole che copio e incollo da "Repubblica" di oggi.
Sono parole importanti, che vale la pena di leggere con attenzione e che ci fanno capire in quale paese, oggi, noi tutti, viviamo.

 

"Perché non vogliono
farmi fare 'Che tempo che fa'"

CARO Direttore, da oltre sei mesi ho dato la mia entusiastica adesione al direttore di Rai Tre Paolo Ruffini che mi aveva proposto di proseguire "Che tempo che fa" per i prossimi tre anni così come di ritrovarmi sin da gennaio con Roberto Saviano per una nuova edizione di "Vieni via con me". Da oltre sei mesi aspetto una decisione della Rai. Che cosa ha impedito o impedisce al precedente e all'attuale Direttore generale di rinnovare i contratti in scadenza di alcuni fra i protagonisti della tv pubblica?

Nel mio caso, lo dico per sgombrare il campo da eventuali dubbi, l'accordo economico è stato immediatamente trovato, ma quello su cui accordo non può esserci è la rinuncia alle garanzie minime e indispensabili per continuare a svolgere il mio mestiere nello stesso identico modo in cui si è svolto sino ad oggi.
Ho chiesto di poter continuare ad andare in onda con "Che tempo che fa" sulla stessa rete, nello stesso orario e per la stessa durata, di poter continuare a gestire gli ospiti con l'autonomia che si deve riconoscere a un qualunque gruppo di professionisti della televisione, di poter continuare ad avvalermi della presenza di Gramellini, dell'appuntamento irrinunciabile con Luciana Littizzetto e naturalmente di Roberto Saviano. Queste garanzie non sono mai arrivate nonostante le mille rassicurazioni ricevute che promettevano il contrario. "... Domani; fra due ore; fra due giorni; a fine settimana; all'inizio della prossima..." e via dicendo. In queste ultime settimane invece mi sono arrivati solo inquietanti frammenti di intenzione che di certo non hanno contribuito a rasserenare il clima. Per non parlare delle notizie su di me, sul programma e su quelli che ne fanno parte, uscite sui giornali e mai smentite. "... Pare che il programma debba cambiare rete o essere ridotto nell'orario; pare che Luciana sia considerata eccessiva; sembra più opportuno rimandare l'ipotesi di una nuova edizione di Vieni via con me e cose del genere...". E per finire tutti hanno potuto leggere definizioni di Rai Tre e di chi ci lavora che giudico offensive e inaccettabili soprattutto se pronunciate da chi ha importanti responsabilità all'interno della Rai. "Il fortino, l'enclave di comunisti, la riserva indiana". Viene da chiedersi come tutto ciò sia possibile, perché accade e soprattutto a chi giova. Un pregiudizio massimalista che potrebbe in ugual modo valere per Rai Uno o Rai Due. Sento tutto ciò come una profonda ingiustizia che fa torto al lavoro di tanti anni e alla professionalità mia e dei miei colleghi della Rai.

Per questo ho scritto l'altra sera d'impeto e di getto una lettera al Direttore generale della Rai, Dott. ssa Lei, dalla quale non ho purtroppo ricevuto risposta. Il senso era quello di capire il perché, quale era e quale è il problema. Stanno per essere discussi proprio oggi i palinsesti dei primi tre mesi dell'autunno in cui compaiono programmi per i protagonisti dei quali non sono stati rinnovati i contratti. E se anche i palinsesti venissero approvati fra sei mesi ci si troverebbe nella stessa situazione? E così successivamente ogni tre mesi? Oppure dopo l'approvazione dei palinsesti ci si deve aspettare che siano proprio i contratti a non essere approvati? O magari quelli dei propri collaboratori?

Ma che senso ha? Come si può lavorare in questa maniera, immaginare nuovi programmi, costruire novità, sperimentare e magari sbagliare anche? In una parola fare televisione. Quale è la colpa che ci viene imputata? Ho letto che Milena Gabanelli nemmeno è stata ancora ricevuta, che a Floris è stato consigliato di dedicarsi a qualcosa di nuovo. Santoro è stato lasciato andare via con un evidente e inaudito respiro di sollievo e a me non vengono date nemmeno le minime garanzie per continuare a lavorare in pace. "Che tempo che fa" quest'anno ha avuto addirittura un incremento di ascolto e "Vieni via con me" è stato giudicato l'evento televisivo più inaspettato della stagione. Portare in tv, alla televisione pubblica Roberto Saviano è stato per me un motivo di vanto e di orgoglio. Quindi, ripeto, quale è il problema?

Nella lettera che ho indirizzato al Direttore Generale, riconoscevo senza alcuna difficoltà all'Editore il diritto e il dovere di fare liberamente le proprie scelte ma chiedevo e torno a chiedere un atteggiamento leale. In tutti questi anni ho imparato che non si può fare tv contro la volontà del proprio Editore e se mai ce ne fosse stato bisogno l'esperienza di "Vieni via con me" ha provveduto a ricordarmelo. L'indifferenza e l'ostilità da parte dell'Azienda è stata evidente sin dal primo momento e solo la professionalità di un collaudato gruppo di lavoro e la tenacia di Rai Tre ci ha consentito di andare in onda e con quel risultato. Per questo ho deciso di non correre più un simile rischio professionale e per questo ho deciso che non sono più disponibile a ripetere l'esperienza di "Vieni via con me" in questa Rai. Se altrove troverò le condizioni necessarie, l'entusiasmo e la condivisione del progetto, il Pubblico potrà ritrovare presto me e Saviano di nuovo insieme.

Ho anche scritto al Direttore generale che se lo avesse ritenuto utile, ero disponibile a rinunciare ai tre anni di contratto e ai benefici conseguenti per far sì che lei stessa potesse sin da subito sottoscrivere un contratto per un solo anno poiché questo sarebbe rientrato e rientrerebbe nella Sua disponibilità e nella sua assoluta discrezionalità. Non abbiamo più molto tempo. "Che tempo che fa" dovrebbe andare in onda fra tre mesi. Il mio gruppo di lavoro è stato sciolto, le figure professionali fondamentali per continuare il programma potrebbero presto trovare alternative lavorative e ovviamente il discorso vale ancor di più per le risorse artistiche. Ma voglio ancora poter credere che ce la si possa fare e che il Pubblico di Rai Tre ci ritrovi puntuali in onda all'inizio dell'autunno.

Lavoro in Rai da ventotto anni: lo dico con emozione sincera. Alla Rai devo moltissimo. È il maggiore Editore italiano, mi ha insegnato che la Televisione di tutti è una tivù che aggiunge e che non sottrae; che la pluralità delle opinioni è data dall'insieme dei programmi di tutta la televisione e che chiedere ad ogni programma di contenere tutto e il suo contrario significherebbe ridurlo a zero. Al nulla. Ho imparato soprattutto che bisogna rispettare il Pubblico mostrandosi sinceri ed è per questo che ho deciso di rivolgere al Pubblico di "Che tempo che fa" queste parole attraverso Repubblica. Ho aspettato da una parte che il mio impegno televisivo terminasse per non approfittare del mio ruolo e dall'altra ho sperato che questa situazione così incomprensibile e desolante potesse trovare una soluzione positiva.

Non so come andrà a finire. Desidero concludere esattamente con le parole con cui ho salutato la Dott. ssa Lei nella mia lettera per ribadire che conservo nei confronti della Rai, della mia Rai e delle persone con cui ho lavorato in tutti questi anni un senso di gratitudine profonda e sincera e in molti casi di autentica amicizia.

(13 giugno 2011)

Pubblicato il 13/6/2011 alle 12.18 nella rubrica Diario.

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