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Cambia il vento (e il meteo non c'entra)

Provo un fastidio epidermico per gli slogan. Non mi sono mai piaciuti. Rappresentano, secondo me, una banalizzazione di un concetto, di un'idea. Sono organici ad una concezione "militare" e falsamente militante della vita politica. Detesto le "parole d'ordine", forse perchè rimandano all'idea di chi è a guardia di qualcosa e, all'arrivo di qualcuno, pone la fatidica domanda su quale sia la parola d'ordine minacciando, in caso di errore, l'apertura del fuoco. Le parole d'ordine rimandano all'idea di truppa. E ancora siamo nella metafora militaresca. Un insieme di persone che si tengono unite recitando - come fosse un mantra - le stesse parole, gli stessi slogan.

Si dirà che, di converso, le parole d'ordine, nel loro semplificare, permettono a tutti la comprensione di concetti difficilmente comprensibili e che, quindi, sono innanzitutto, democratiche. Come se il sapere diffuso debba essere - per essere democratico - banalizzato a pochi termini. No. Non mi piacciono e non mi sono mai piaciute.

Eppure ho preso parte a centinaia di cortei, di manifestazioni, nelle quali risuonavano gli slogan in rima contro i diversi e vari protagonisti della politica di governo. Quante rime su Andreotti, Falcucci, Fanfani. Quante canzoncine su Bettino & co. Recitate magari col sorriso irriverente di chi se la prende con un simbolo del potere, ma, in fin dei conti, senza troppe convinzioni. O meglio, senza particolari sensi di colpa, visto che si conoscevano benissimo le ragioni del manifestare e non si era, quindi, aggregati a qualcosa.

Chi parla per slogan, per parole d'ordine, secondo me, ti sta fregando. Sta veicolando messaggi complessi attraverso il gioco semantico semplice semplice. Quello che non ti sollecita una riflessione di più, quello che ti fa desistere da un supplemento di ragionamento. Questo professionismo della superficialità ha avuto i suoi sacerdoti nel principale responsabile del degrado di questo paese, l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri che, con le sue reti televisive ha inondato le case di parole semplici semplici. Ha spostato il baricentro della comprensione dalla testa alla pancia. E quando scendi in basso, il livello, inevitabilmente, si abbassa. A parlare sono pulsioni immediate, non c'è più una mediazione "culturale" che ti deriva dalle letture e dall'ascolto di ragionamenti "alti".

E' come se, avendo tra le mani un quotidiano, ci si soffermi sui titoli senza degnare di uno sguardo il contenuto dell'articolo. Eppure il titolo, molte volte, viene concepito "a effetto" per attirare l'attenzione del lettore, nella segreta (non tanto segreta, poi) speranza che, poi, si legga l'analisi, la dinamica dei fatti. Mi è capitato molte volte, in effetti, di leggere un articolo il cui titolo era totalmente fuorviante.

Oggi la parola più usata - non tanto nel parlato o nello scritto - quanto nella realtà dei fatti è "sintesi". Occorre sintetizzare al massimo, spolpando la notizia di particolari che potrebbero rivelarsi utilissimi alla comprensione della stessa. La nostra lingua è una lingua "televisiva". Lingua dai tempi strettissimi. Basterà fare un prova: immaginate di leggere un giornale, e, di questo giornale, leggere una notizia per ciascuna sezione: politica interna, politica estera, cronaca (nera, rosa), cultura, sport, meteo. Vedrete che questo esercizio durerà, in termini di tempo, molto più di quanto - oggi - non duri un telegioranle di prima serata che, in mezz'ora dovrà, anche attraverso l'uso di immagini e filmati, raccontarvi ciò che avrete letto nel giornale. Se provate a mettere per iscritto il servizio di un giornalista, di un inviato, vi renderete conto che sarà molto più breve di un medio articolo della carta stampata. E, per carta stampata, mi sto riferendo, ovviamente, al giornale quotidiano che pur è diventato un giornale che contiene articoli la cui lettura richiede un'attenzione superiore a quella che è richiesta per sapere che succede senza dover necessariamente analizzare.

Forse la gente, di questa sintesi si è stancata. Forse sta ritornando il momento in cui si avverte l'esigenza, la necessità di approfondire, ragionare, analizzare, nauseata com'è di questa overdose di banalizzazione del reale, di questa rappresentazione edulcorata della realtà (vero Tg1 e Tg2?, senza parlare dei tg mediaset che non fanno testo). Il grande sonno, probabilmente, è finito e la sveglia ha cominciato a suonare. Attraverso la rete, il passaparola questo fiume ha rotto gli argini e, carsicamente, sta straripando. Si avverte il bisogno di aria nuova, diversa. Un pò come quando si entra in una stanza con aria consumata e si aprono le finestre per far entrare aria e luce nuova.

Interpreto così quello che da qualche settimana - prima con le elezioni amministrative, poi con il referendum - sta succedendo in Italia. La gente non ne può più. E non solo perchè non arriva a fine mese, ma perchè è fondamentalmente stanca, esausta di questo immobilismo asfissiante che non fornisce alcuna prospettiva, non da' alcuna speranza. Cervelli in fuga, la scuola al disastro, uffici dove manca il necessario per lavorare, giovani condannati al precariato come se fosse una sentenza irrevocabile, una classe dirigente abbarbicata al privilegio come se fosse di discendenza divina, moderno feudalesimo con un divario sempre più crescente fra classi sociali (i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri). E tutto questo mentre c'è chi va in tv e con una spudoratezza unica continua a ripetere che va tutto bene e si autoincensa fino ad auspicare un monumento per sé medesimo.

Come si suol dire: la misura è colma abbastanza perchè, indipendentemente dal meteo (anche quello politicizzato: prima del referendum invitava a fare una gita, viste le previsioni positive), il vento cambi direzione. Un solo auspicio: che tutte queste novità vengano tesaurizzate in nome di un bene comune che prescinda dai "cappelli politici" e che, al termine del confronto fra le diversità, si vada a sintesi. Quella sintesi che sarebbe più apprezzata dell'attuale sempiterna banalizzazione della complessità.

Pubblicato il 14/6/2011 alle 15.29 nella rubrica Diario.

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